Il macellaio era piccino e naturalmente irrequieto; si dimenava in punta di piedi, e ricadeva scoraggiato sulla propria base; non perciò io soffriva le pene del purgatorio; bensì mi metteva in croce il Pubblico Ministero, prima con le sue domande inutili ai testimoni, poi con le conclusioni feroci.
Finalmente egli tacque, e seguendo il consiglio che il mio giovane macellaio gli diede in modo da non essere inteso dalle guardie, si rimise a sedere.
— La parola alla difesa — disse il presidente.
Allora si alzarono tutti in punta di piedi per vedere bene mio figlio, e mi rizzai io pure. Egli era là, tranquillo, disinvolto, magnifico, dentro la sua toga nuova; qualcuno osservò accanto a me che gli pareva troppo giovane; ma il macellaio, voltandosi, gli assicurò che era meglio.
— «Signori — incominciò Augusto, e finse di radunare alcune carte per dar tempo all'attenzione di fermarsi tutta sopra di lui; poi ripetè: — Signori!...»
Dichiarò tranquillamente che si reputava fortunato di esordire nella carriera del pubblico patrocinio, avendo un còmpito così facile e così bello, ribattere cioè un'accusa infondata, proclamare l'innocenza d'un infelice.
Era una bella frase e piacque a tutti; questa che venne dopo era ancora più bella:
— «Io sento il bisogno di chiedere una grande indulgenza verso di me, ma domanderò solo giustizia per il disgraziato che siede su quella panca».
Bisognava vedere il mio garzone macellaio dopo queste parole, e sopratutto bisognava sentirselo addosso per comprenderlo. Ma io non gli badava più; in quel momento egli era padrone di arrampicarsi su qualunque parte della mia persona, e se non lo fece, glie ne dichiaro ora tutta la mia gratitudine.
Ero felice, come non ero stato mai; mi abbandonavo con una compiacenza, di cui non mi sarei creduto capace, a tutte le tentazioni della vanità; diceva anch'io: è di razza!