Non ne aveva nemmeno una, e il viaggiatore ostinato giunse alla stazione in tempo per vedersi chiudere sul muso lo sportello dei biglietti.
Con mia gran meraviglia, prese la cosa allegramente.
— In fin dei conti — disse con una serenità insolita — ha forse ragione lui; è meglio ch'io non parta oggi, è venerdì...
— Il meno che ti potesse capitare — interruppi ridendo — era che la locomotiva uscisse dalle rotaie e se ne andasse pei campi del territorio milanese minacciando le gambe dei gelsi punto frettolosi di tirarsi da banda per lasciarla passare.
Mio suocero non aveva l'aria di viaggiatore corbellato, tutta propria di chi ha perduta la corsa e se ne torna soletto a casa con la valigia; pareva anche lui arrivato appena, camminava spedito, e fu il primo a passare sotto gli occhi dei gabellieri, i quali si accontentarono di prendere la valigia in mano e di pesarla per aver tempo di leggere sulla faccia del bravo uomo il candore della sua coscienza, dopo di che ci lasciarono passare.
— Me ne è andata bene una! — esclamò il poveraccio.
— Tutte ti andranno bene se rimarrai una settimana ancora con noi e se vorrai tenere a battesimo il nostro piccolo Augusto.
In quel momento mio suocero non rispose, ma quando ebbe riveduto il nipotino e ne ebbe udito la vocetta di pianto, allora buttò in un canto la valigia e il pastrano, e togliendosi i guanti e soffiandosi le dita per riscaldarle:
— Epaminonda mio — disse — una settimana no, non posso; ho mille faccende a Monza, non posso proprio; ma se vuoi che io battezzi tuo figlio, te lo battezzo domenica, parola di cristiano battezzato.
— Bravo babbo! — esclamò la pallida mammina — bravo babbo! La zia Simplicia mi ha scritto poc'anzi, è guarita, è disposta a venire da Pavia per far la madrina.