— L'avrai cacciata per isbaglio nella valigia!
Fu un lampo nel buio; sissignori, la cravatta era nella valigia, la quale, in penitenza di quest'ultimo tiro, ricevette dal suo padrone un ultimo calcio, di cui non aveva punto bisogno per campare i giorni assegnati in questo mondo fragile a una valigia.
I malumori di mio suocero ancora non dovevano finire; non era per nulla venerdì, e bisognava aspettarselo; era sempre lui che lo diceva.
La partenza del treno era segnata nell'orario alle undici e mezza, bastava uscir di casa alle undici per arrivare in tempo, senza scalmanarsi; se non che quando il nostro infallibile orologio a pendolo segnava i tre quarti, l'orologio da tasca di mio suocero voleva che fosse poco più della mezza, ed era infallibile anch'esso.
A chi credere?
— Il mio orologio è in regola — brontolò il povero viaggiatore — quella vostra baracca vuol mandarmi via dieci minuti prima.
— Se avesse coscienza e giudizio — entrò a dire Evangelina, chiedendo scusa con un'occhiata al nostro unico orologio — se avesse coscienza e giudizio farebbe proprio il contrario. Ma segna l'ora di Roma, e il tuo segnerà quella di Monza.
— E siccome io vado a Monza e non a Roma, ha ragione il mio.
— Ne ha cento! — esclamai ridendo.
— Ne ha mille — rispose mio suocero.