Vennero i momenti degli addii; tutti con pensiero concorde dichiararono di non potersene andare senza rivedere il piccolo battezzato in culla; ed io vidi riaccendersi la luminaria nel viso di mio suocero.

Andarono nella stanza da letto, due alla volta, gli uomini preceduti da me, le signore da Evangelio, e invariabilmente seguiti dal nonno festoso. Facevano circolo intorno alla culla, si curvavano un tantino, poi sottovoce uno esclamava: — Come è bello! — e l'altro: — Non ho mai visto un bimbo simile a questo; — e un altro: — Tesoro! Si farebbe mangiare!

Non ne credevo un'acca, e pure mi batteva il cuore.

D'un'altra cosa mi stupii forte quel giorno; quando tutti se ne furono andati, quando il ciaramellìo di tante voci estranee fu cessato, quando l'illuminazione del nostro salotto fu spenta, e noi ci trovammo in tre accanto alla culla, ad interrogare in silenzio il sonno della nostra creatura, mi stupii forte di non sentire nemmeno l'ombra di quella malinconia, che segue il finire d'ogni festa; anzi, passando poi col lume in mano nel salotto, e notando lo scompiglio delle seggiole, mi parve che la riunione degli amici risalisse a un tempo lontano, tanto rapidamente si era cancellata dal mio spirito.

Tendendo l'orecchio avrei forse potuto udire ancora sulla via la voce di un convitato allegro, e mi bastava chinarmi per raccogliere il tappo di una bottiglia od un confetto sfuggito da una mano men larga della buona intenzione, e pure ero tentato di chiedere a me stesso se davvero ci fosse stata una festa in casa mia.

Gli è che la mia festa, la nostra festa, era un'altra; ed anche allora che tutti si rallegravano con noi e ci colmavano di lusinghe, in salotto ed in anticamera, Evangelina ed io eravamo altrove, e rispondendo parole e sorrisi, lo facevamo da lontano.

La mattina successiva tutto andò benissimo; la valigia si lasciò chiudere senza il secondo fine di nascondere la cravatta alle ricerche del suo proprietario, gli orologi si trovarono d'accordo, mio suocero baciò una volta noi melanconicamente, diede una dozzina di baci tremendi alla sua creatura, e uscì di casa rassegnato. E non perdette la corsa, anzi giunse alla stazione cinque buoni minuti prima della chiusura degli sportelli. Mi parve veramente che si rammaricasse di aver fatto male i suoi conti e d'essere giunto troppo presto; però non lo disse. E come credete che egli spendesse il tempo prezioso che gli era rimasto? Ve la do in mille.

— Ragazzo mio — mi disse solennemente — ragazzo mio, te lo raccomando.

Misericordie celesti!

Io fui così sbigottito da chiedere: — Chi? — mentre avevo inteso benissimo, ed egli ebbe la incredibile faccia tosta di guardar prima l'orologio, poi di tirare innanzi due buoni minuti a raccomandarmi di averne cura, di non lasciarlo costipare esponendolo all'aria fredda, di aver pazienza, di fargli delle carezze, perchè i bimbi hanno bisogno di carezze, di dargli ogni tanto un cucchiaino di sciroppo di cicoria, e per poco non aggiunse «di volergli bene».