Io lo guardava a bocca aperta; un impiegato gli gridava nelle orecchie: «Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!», ed egli, imperterrito, data un'altra guardatina all'orologio, tornava da capo.
Sissignori, tornava da capo a raccomandarmi, a raccomandare proprio a me, d'aver pazienza con mio figlio, di far delle carezze a mio figlio, perchè i bambini ne hanno bisogno, e di non esporre mio figlio all'aria fredda, come se io non aspettassi altro che la partenza del nonno per cavarmi questo capriccio paterno!
— Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!
— Va, va — gli dissi spingendolo un tantino — va, altrimenti chiudono e perdi la corsa... Buon viaggio!
Egli mostrò il biglietto alla guardia della sala d'aspetto, e prima d'infilare l'androne, si volse, mi sorrise, sollevò un dito in aria e mi disse:
— Non dimenticare la cicoria!
IV.
L'uomo si avvezza a tutto, dicono i filosofi; ed io che ho dovuto avvezzarmi a tante cose, non istento a ripetere che l'uomo si avvezza a tutto, tranne forse alla colica e al mal di denti, sebbene i filosofi non lo dicano. Ma di quante sono abitudini al mondo, affermo che non ve n'ha una che si pigli più presto di quella d'esser felice. Nè so se convenga argomentarne che la felicità sia lo stato naturale dell'uomo, o che lo stato naturale dell'uomo sia l'infelicità, poichè quando abbiamo una contentezza, l'abitudine ce la scolorisce e la sciupa, e inclino a credere che queste due massime contraddittorie e vane possano essere patrocinate con la stessa eloquenza inutile da un medesimo avvocato; ma ripeto con sicurezza, che non è cosa a cui l'uomo si avvezzi meglio che alla felicità.
Queste idee non mi vengono ora per la prima volta; quando ero padre novellino, avevo altro per il capo. E pure ruminando oggi accanto al fuoco la mia filosofia sconquassata e cercando esempi per puntellarla, uno ne vado a pigliare proprio in quel tempo beato e lontano in cui ero padre novellino.
Sbalordito ancora dalla grandezza dell'appartamento di suo padre, Augusto non attraversava mai le nostre quattro stanze, senza girare intorno gli occhietti sbigottiti; se era avviato a piangere, bastava fargli toccare con mano un candeliere inargentato od un bicchiere, o un vetro della finestra, o una qualsiasi meraviglia che nella confusione gli fosse sfuggita, ed egli subito stava zitto ad ammirare; la sera, quando accendevo il lume, era capace di smettere il suo pasto per contemplare lungamente la misteriosa fiammella che ardeva in casa del babbo; per dir tutto in poche parole, Augusto era venuto al mondo da quindici giorni soltanto, e pure a me pareva di averlo avuto sempre. La sua faccetta rotonda era quella di un vecchio amico d'infanzia, la sua vocina svegliava un'eco nel mio cuore; era di pianto, e sonava dentro di me come una nota allegra; gli occhi suoi attoniti, i dondolamenti del capo, i moti delle gambuccie intolleranti della fasciatura, tutto ciò mi ricordava cose dimenticate, cose a cui non avevo badato abbastanza, cose dolci e belle.