Quei quindici giorni di vita nuova si allargavano stranamente, fino ad invadere tutta la mia vita passata, fino a parermi impossibile l'avere vissuto altrimenti; ero proprio tentato di crederlo: mio figlio ed io ci conoscevamo da un pezzo.

Tante volte, nel mezzo della notte, mi svegliavo sul mio letto da un cattivo sogno in cui non ero più padre, e dopo aver teso l'orecchio per udire la respirazione soave del mio piccolo innocente, mi lasciavo portare senza resistere molto dall'onda dei pensieri, che andavano verso il tempo in cui non ero padre ancora.

Ma mi allontanavo a malincuore; era come se avessi deposto sulla strada il fardello della mia paternità, e potesse passare un ladro e rapirmelo; perciò non lo perdevo di vista, camminavo a ritroso e tornavo indietro ogni tanto; però le memorie tentatrici spesso mi portavano lontano; ritrovavo tutti i miei dolori più acuti, ed erano scioccherie; tutte le mie dolcezze più care, e mi parevano senza sapore; mancava a tutte qualche cosa — mio figlio.

Quanto più lietamente, ripigliato il fardello della mia nuova felicità, io me lo portavo senza sgomento attraverso il labirinto dell'avvenire!

In quel viaggio amoroso, mio figlio pigliava mille aspetti; ora si accontentava di saltare poco più d'un annetto, era slattato appena, moveva i primi passi barcollanti, passava sotto la mensa senza curvarsi e veniva ad appoggiare la testina ricciuta al mio ginocchio; subito dopo era uno studente chiassoso all'università, camminava con un grosso bastone in mano, empiva le strade di Pavia delle sue prodezze notturne, giocava al biliardo e si beccava l'esame di diritto canonico; poi tornava a Milano addottorato in utroque, a meravigliare con la sua eloquenza mio suocero, il quale l'avrebbe sempre creduto un ingegnere; proteggeva i pupilli e le vedove — furfantello! — poi s'innamorava d'una bella fanciulla di 18 anni, io dava il consenso e lui se la sposava e mi faceva nonno.

Ed io? Non c'era più verso di sognare per me solo; in ogni mio castello in aria io metteva un castellano — ed era lui. Non mi pareva possibile immaginare la mia clientela, la mia fama d'avvocato, i miei guadagni e i miei risparmi senza quel caro bimbo venuto al mondo due settimane prima.

Io gli metteva un dito nella mano ed egli me lo stringeva con tutte le sue forze, e mi guardava:

— Siamo intesi — dicevo scherzosamente per far sorridere la pallida mamma; e ripetevo dentro di me sul serio, con una saldezza di proposito che mi pareva capace di sfidare il destino: «siamo intesi!... finchè la morte non ci divida!».

V.

Avevo sempre pensato alla morte, e vi pensavo ancora, ma infinitamente meno: il fantasma bieco aveva cominciato a tirarsi indietro dacchè mio figlio era al mondo; già non era più che forma vaporosa nel lontano orizzonte, e a quella distanza non mi faceva paura.