La povera madre si era presa in grembo la nostra creatura piangente e la copriva di carezze e di lagrime.

VIII.

Non mi diceva nulla, a me bastava guardare nel mio cuore per leggere nel suo; stavo zitto, e la lasciavo piangere; pensavo: «Le faranno bene le lagrime»; ma quando, parendomi che avesse pianto abbastanza, e fosse venuto il momento di dirle due parole confortatrici, mi curvai sopra il nostro bimbo, e lo baciai per farmi cuore, allora sentii svanire la strana serenità della mia desolazione, qualche cosa mi fe' intoppo alla gola, volli parlare e singhiozzai. Singhiozzai davvero, non mi vergogno di dirlo, singhiozzai proprio nel momento che mi pareva d'aver trovato la sola idea capace di asciugare le lagrime della povera madre.

L'idea era questa: «L'aria dei campi farà bene a nostro figlio», e mi era sembrata una consolazione; solo nel provarmi a dirla, ne sentii tutta l'ironia amara.

Evangelina non era un'eroina; pure, se le facevo toccare con mano che essa non era neppure la moglie di un eroe, subito pigliava animo, mi diventava un'altra. Già ne avevo fatto l'esperimento più d'una volta, e lo rifeci allora. La poveretta ribaciò il bimbo, cancellò le lagrime con la pezzuola, e mi fece vedere gli occhioni rossi, ma asciutti.

— Epaminonda — mi disse — non far così anche tu; bisogna aver coraggio. Che pena veder pianger te!

— Un uomo grande e grosso, un uomo togato! — dissi io — hai ragione, bisogna aver coraggio... bisogna pigliar le cose come vengono... del resto due lagrime non fanno male neppure a un avvocato... purchè non le vedano i clienti... e i miei non le possono vedere... sono lontani... sa Dio dove sono.

Volevo ridere, come vedete, e vi riuscivo male.

Intanto a forza di baci, Evangelina aveva saputo tranquillare la nostra creatura.

— Non siamo abbastanza ricchi! — disse mia moglie senza staccar gli occhi dal visino di Augusto e parlando al piccolo innocente. — Babbo e mamma sono due poveretti. Tu te ne andrai lontano, ci dimenticherai, e vorrai bene a chi ti darà il latte.