Evangelina voleva prendere il piccino, sotto gli occhi dei curiosi, a costo di sciuparsi la mantellina, si trattenne, e ci avviammo verso casa.

Dopo l'angoscia d'un esercito di donne d'ogni età, che ci chiesero se eravamo stati sempre bene, come se fossimo vecchie conoscenze, dopo l'agonia delle presentazioni del parentado e del vicinato, io per tagliar corto chiesi di Giuseppe, e saputo che l'uomo era al lavoro, entrai addirittura nella camera nuziale.

Là almeno fummo press'a poco liberi, sebbene ogni tanto qualche contadinella si avvicinasse troppo all'uscio socchiuso, a causa d'uno spintone ricevuto da un'amica d'infanzia.

Evangelina baciava e ribaciava Augusto, io gli teneva una mano sulla testina, e mi guardavo intorno.

Era proprio il camerone che avevo visto come in sogno; solo che la culla era di legno e non di vimini, e la coperta del letto a gran fiorami gialli; in un canto sorgeva un forziere enorme e in un altro un grosso mucchio di grano.

E com'era andata?

Benissimo. Augusto era stato buono, docile, pieno di appetito.

E come aveva passato la notte? A meraviglia, mangiando e dormendo, non aveva messo una lagrima.

— E voi? — chiese Evangelina a Marianna.

Prima la balia rise di cuore (era la sua missione in terra), poi rispose: