— Ci pensi ancora? — mi domandava Evangelina con uno sgomento adorabile.

Si sott'intende: «a quel monello».

E mi toccava ripeterle per la centesima volta che ero felice così, che non desideravo nulla, e che anzi...

— Dillo, dillo, che anzi...

Lo devo dire? Non solo ero felice e non desideravo nulla, ma mi pareva che un figlio mi avrebbe dato più noia che piacere. Che farne di un erede prima d'aver avviato benino lo studio di avvocato per affidarlo a lui nella mia vecchiaia? Aspettavo con una certa impazienza la clientela, questa sì: ma alla progenitura non pensavo quasi senza un po' di terrore.

Tiravamo innanzi a forza di risparmio, peccando sette volte al giorno di desiderio, e fabbricando certi castelli, che sfidavano con arroganza tutte le leggi dell'equilibrio. Poveretti tutti e due, Evangelina con la sua dote mingherlina, io co' miei codici e col mio diploma dottorale, facevamo galloria spendendo l'avvenire.

Pensandoci bene, doveva esser chiaro a tutti che un figlio per noi sarebbe stato un lusso pernicioso; e non capivo come quel buon uomo di mio suocero, che aveva sudato a mettere insieme la dote e sui miei tesori non s'era mai fatto alcuna illusione, si ostinasse a credere che l'appendice di un figlio fosse necessaria alla nostra felicità.

— I figli — diceva io filosoficamente — vengono al mondo nudi e pieni di appetito.

E questa massima semplice e profonda ispirava altre riflessioni meno semplici, e non meno profonde, a mia moglie, la quale era in tutto della mia opinione.

— Un figlio — diceva essa — sarebbe forse una bella cosa, ma bisognerebbe non andar più al caffè la sera, nè al teatro.