Allora il cieco si accertò colla mano che la piccina non piangeva, e le disse:
— Figliuola mia; la mamma ha fatto per celia... ma tornerà... lo sai?
— Sì che lo so; rispose Bianca.
— Ed ora non bisogna più piangere...
La bambina mostrò il bel volto ridente.
— Ora non piango più; ho pianto tante volte in teatro, quando quell’uomo nero sgridava mammina; mammina era rimasta in ginocchio, e mi diceva: va, ora ricordati di piangere bene; era tanto bello; la gente batteva le mani, io faceva la riverenza.
Il cieco ascoltava le parole ingenue, e gli pareva che già quella vocina avesse cantato in lui come la vecchia musica di Cimarosa e di Rossini. Era una vocina soave e lenta, frammezzata da respirazioni lunghe. Non gli veniva in mente dove nè quando egli ne avesse sentito la cadenza e il suono.
Tenendo con una mano la testa della bimba, volle dirigersi verso l’abitazione.
— Sofia? chiamò a bassa voce.
— Sono qua.