— Allora, mi aiuti ad amarla; sia lei la compagna mia, sia la sposa mia, sia tutta la mia felicità.
Sembrava che quelle parole sommesse, quasi tremanti, continuassero la confessione incominciata nel vano dell’uscio di strada, quella notte, che era già tanto lontana.
Il sentimento selvatico che il giovine aveva indovinato era ben sveglio, ma non trovava parole nell’anima di Sofia. Essa ascoltò lungamente quella musica, quella carezza.
All’ultimo si sciolse dolcemente dalla mano, che stringeva la propria, e mormorò: grazie.
Il giovine insistè:
— Un’altra parola ancora, dica solo di sì.
— Grazie, signor Tito, ripetè la fanciulla fissando gli occhi a terra; ma sono tanto commossa; mi lasci pensare. Creda che sarei felice di poter rispondere subito come lei ora desidera; non pensi nulla di male se non lo faccio; io sono proprio superba delle parole che mi ha detto; mi sembrerà sempre di ascoltarle...
— Dunque!... dunque!... balbettò Tito scoraggiato; dunque non si sente sicura di potermi amare, un giorno, se ha bisogno di pensarci...
Allora Sofia lo guardò. Aveva negli occhi un luccicore di tenerezza, e la pietà profonda per gli altri, ma non per sè.
— Mi lasci pensare, disse ancora; non si offenda, se mai tarderò a rispondere.