— Io le parlo chiaro, a costo di commettere una corbelleria. Ah! se i miei occhi si aprissero ancora! Ma tu che ci vedi, non sei tu buono a guardarla bene in faccia, a dirmi se posso parlare?... chi sa che non aspetti altro, se non d’essere interrogata.

Tito guardò lungamente, e più volte, e sempre che lo potè fare di nascosto; ma nella faccia della ragazza non lesse altro se non che, parlando, v’era il rischio di affrettare la catastrofe.

Furono giorni tormentosi per tutti, perchè anche Sofia lasciava scorgere nella faccia un pensiero che le dava molta battaglia.

Se non fosse stata la piccina a porgere un filo di discorso a tavola, avrebbero desinato alla muta. La sera, che per lo più si spendeva in ciancie allegre, fu con tacito accordo consacrata interamente alla musica; e la sonata appassionata disse molte volte a Mattia ed a Tito lo strazio d’un cuore in lotta col pensiero, finchè una sera Bianca, che stava sempre a guardare attentamente come facevano le mani della zia a trovare nella tastiera quella musica così bella, levò gli occhi a guardare la faccia pensosa, e corse dal nonno a dirgli sottovoce: piange.

Mattia fu subito in piedi, e venne a mettersi accanto alla sonatrice. Intanto la bimba aveva ripetuto la scoperta fatta al babbo, e Tito, istintivamente, si pigliò la piccina in collo per andarsene nella vicina stanza.

Nel salotto rimasero il vecchio e la fanciulla.

Sofia si era accorta che il cieco le stava alle spalle, che Tito era andato via colla bimba; continuò a sonare quella musica dolente sino all’ultima nota.

Quando ebbe finito, il cieco le mise le mani sugli omeri.

— Basta ora; venga qui, con me, e mi dica una cosa.

Sedette sul canapè, e tenendo allacciate le mani della giovinetta, e alzato il capo verso di lei come se potesse coll’occhio spento penetrare l’anima innocente, soggiunse a bassa voce, per meglio invitare alla confidenza: