— Me lo vuol dire dunque, perchè la sonata di Beethoven l’ha fatta piangere?
Sofia rimase un po’ perplessa, ma non seppe mentire.
— Sì, glielo voglio dire; credo anzi d’aver bisogno di dirlo a lei, che è tanto buono e mi compatisce. Mi sembra di essere un’ingrata verso di loro. Il signor Tito mi ha detto una parola che m’innalza fino a lui, ed io non ho potuto ancora risolvermi. Mi crederanno una ragazza superba e sciocca... non è vero?
— Non è vero. Solamente mio figlio, che le vuol tanto bene, si accora perchè lei non gliene vuole.
— Io glie ne voglio tanto; confessò umilmente la poveretta; ma non glielo dica... Ho bisogno di pensarci ancora... non mi stia a dir nulla; tutte le parole che lei potrebbe dirmi me le sono già ripetute io stessa; ma ne ho ascoltate molte altre che hanno parlato nella mia coscienza...
— E queste altre... non me le vuoi dire?
Sofia strinse la mano del cieco.
— Basto io, rispose; bisogna che la mia coscienza mi permetta di essere felice.
— È una strana fanciulla, disse Mattia a suo figlio, quando la piccina e la zia si furono ritirate nella loro camera; ha degli scrupoli che mi nasconde, ma intanto è certo che ti vuol bene.
Tito ne dubitava.