Quando era stato tutto un mese davanti al cavalletto, mattina e sera, colla tavolozza in pugno; quando si era tirato indietro mille volte a dir poco per giudicare l’opera propria; quando si era accostato altre mille fino a toccarla col naso; quando finalmente deponeva tavolozza e pennello sul trespolo per fregarsi le mani perchè aveva finito, credete voi che Mattia fosse contento?

Della sua tela sì, perchè, guardata da vicino e da lontano, aveva la solidità di colore dei veneziani, l’idealità dei fiorentini del buon tempo, la sicurezza di disegno dei pittori vecchi, senza nessuna delle sprezzature che i giovani hanno messo di moda; della sua tela sì, era proprio contento, ma non già della.... critica.

No, non era contento della critica scimunita, della critica bestiale, della critica impotente ad altro che a dar la tortura all’arte. Non era contento di Sincerus, il quale predicava nella vecchia gazzetta in nome d’una teorica raccattata alla diavola sui libri e messa in cielo come dogma; non era contento di Novus, che in un’altra gazzetta spropositava allegramente il primo giovedì d’ogni mese, dando la celebrità ai giovinetti impazienti, la baia agli altri.

Sapeva bene che Sincerus non aveva mai sporcato una tela, e che per farsi fama di critico autorevole gli era bastato abbeverarsi nel truogolo (Mattia diceva truogolo) dove l’arte d’ogni tempo ha ripulito i proprî pennelli; sapeva che Novus aveva voluto essere artista, e perchè non era riuscito se non a far ridere i compagni di scuola, aveva scelto bravamente di far paura ai professori nelle gazzette. Ma queste considerazioni non lo consolavano. Avrebbe voluto che tutti gli artisti, quanti sono veramente tali, quanti sono gl’innamorati del bello, si alzassero superbamente in faccia a questo mestiere impotente che chiamano critica, e ne ridessero in coro.

Invece avveniva allora, e forse segue il medesimo ancor oggi, che i pittori d’ingegno si facessero lodare dal cattivo compagno di scuola diventato critico. Quel Novus, per esempio, non solamente lodava l’arte nuova, ma l’adulava accortamente dicendo ira di Dio dell’arte vecchia. Così i pittori di primo pelo non ridevano più, se non in segreto, accettavano, adulavano alla loro volta il critico, chiedendogli a faccia tosta il giudizio, la lode, e il cielo gli confonda, anche il consiglio.

Dunque una volta Mattia non era contento della critica, tutt’altro. Aveva anzi radunato una quantità di spropositi d’arte, di contraddizioni, che si leggevano in appendice, e se appena appena gli si porgeva il destro ne citava un paio perchè la gente ingenua vedesse e toccasse il malanno che stava addosso alle arti belle.

Fortuna che questo malanno era sopportabile in grazia di Tomasina, la quale da trent’anni aveva la missione di coltivare la pittura e l’amor proprio di suo marito, d’incoraggiarlo quando la critica aveva spropositato peggio, di sostenere la sua fede perchè non si smarrisse nella strada della gloria. E quando finalmente Mattia, facendola in barba a Sincerus ed a Novus, era riuscito a portare all’estero l’arte sua e il proprio nome, era ancora Tomasina che gli aveva sorriso il sorriso della gioventù, un sorriso a cui mancavano molti denti, ma pieno sempre del vecchio amore.

Poi Tomasina se n’era andata all’altro mondo, dolente di obbedire alla gran voce prima di aver chiuso gli occhi a quel poveraccio tanto glorioso e tanto debole, da volere immortalità e d’accontentarsi della lode. Perchè Tomasina aveva visto giusto, e non confondeva la gloria, a cui Mattia guardava qualche volta da lontano, coll’approvazione che egli incontrava tutti i giorni nella sua strada.

Tutti i giorni, è un modo di dire; il vero è che non la incontrava sempre; che Sincerus, almeno una volta il mese, lo tanagliava nell’appendice; che Novus...

— E che importa a te di Sincerus e di Novus? entrava a dire Tomasina; se tu sei glorioso, se la tua fama cresce ogni giorno, se i forestieri che arrivano a Milano vogliono visitare il tuo studio, stringerti la mano, assicurarti che i tuoi quadri sono ammirati nei loro paesi....