— E vero, è vero, conveniva Mattia con rassegnazione; e mi pagano anche, e mi pagano bene. Ma pure si è fatti di carne, si vive e si gode della carne che ci avvicina. Del resto hai forse ragione tu, la critica maligna non mi farà più male del morso d’una zanzara. E per dire il vero, nella vita dell’artista le zanzare non sono inutili, perchè gli avversari possono fare più bene degli amici. I grandi artisti hanno sempre avuto un nemico prezioso a cui devono la loro grandezza.

Avendo proferite queste frasi piene di senno filosofico, ne aveva voluto dire ancora una più filosofica e rassegnata, che aveva fatto crollare la testa a Tomasina.

— Queste due zanzare mi possono mordere quanto vogliono; io le schiaccierò coll’arte mia.

Poi quando Mattia si era curvato in lagrime sul lettuccio dell’amica, della compagna, per dirle che rimanesse ancora, che non lo lasciasse solo, essa strinse al petto scarno la testa gloriosa, pronunziando per l’ultima volta la parola che aveva servito per trent’anni: coraggio.

Dopo che Tomasina se ne fu andata in cimitero, Mattia aveva voluto resistere; e al figliuolo, che gli scriveva da Arnheim lettere piene di affetto, proponendo di lasciare non copiata la testa del Colonnello Los di Franz Hals, per correre a piangere a fianco di suo padre, Mattia rispondeva con baldanza: “Io sono forte, ed ho l’arte, la mia consolatrice; resisterò. Tu che sei giovine, studia la tecnica della gran pittura fiamminga; troverai pur troppo a Milano dei giovinetti, i quali non sanno ammirare più nulla, e, studiando unicamente il vero, sono appena appena copisti...„

Solamente dopo aver esposto nel suo studio la sua ultima tela grandiosa, si era sentito prendere dallo scoraggiamento, ed aveva chiamato il figliuolo perchè lo aiutasse a medicarsi.

Quella tela era veramente un po’ accademica, ma aveva la solidità di colore, la sicurezza di disegno che nemmeno i più invidiosi negavano a Mattia. Da un fondo luminoso, in cui s’indovinavano abbozzi di quadri celebrati, si staccava una bella figura, tutta nuda, sfolgorante nelle carni bianche, intatte; appoggiava un piede al terreno, ma teneva la testa levata in alto, e gli occhi scrutatori cercavano mondi lontani. La bella creatura sembrava proprio volersi alzare al cielo, ma essere trattenuta... Da che mai? Forse da un ramoscello d’edera, che le aveva afferrato il piede gentile. Tutt’intorno si moveva una folla d’artisti giovani, i quali lavoravano il marmo e stavano al cavalletto, senza voltarsi nemmeno a dare un’occhiata alla nuda magnifica; solo, in un canto, un artista canuto, ma innamorato ancora, accennava alla ragazza di non se ne andare.

Ebbene, il quadro di Mattia ebbe la peggiore sventura che possa toccare ad un artista: non fu inteso.

Ma era stata colpa dell’artista se il suo concetto non entrava tutto d’un pezzo nel cervello del pubblico. Ne conveniva egli stesso. Perchè fare economia di quattro parole di titolo? Perchè non dire, per esempio: L’arte incurante della carne? Sarebbe stata una bugia enorme, ma almeno moltissimi vi avrebbero creduto. Che fanno gli artisti modernissimi quando assicurano d’aver avuto un’idea? Battezzano la cornice, niente più.

Mettete in un fondo nero un torso di cavolo, o qualche altra cosa, annunziate dalla cornice che avete espresso un concetto filosofico, e gli ammiratori della filosofia non mancheranno.