Quando babbo Salvi annunziò che aveva abusato abbastanza, Mattia lo pregò di non dir così, che anzi aveva fatto un’opera di misericordia, e che ne facesse ancora spesso.
— E non dimentichi di mandarmi la signorina Sofia dopo pranzo.
Andando a casa di buon passo babbo Salvi vide il cappellaio sull’uscio di bottega, e potè immaginarsi che entro il cappello nuovo ci avesse una testa ancora più grossa e novissima. Per via riflettè un poco, ma poco poco, a tutte le parole che aveva detto per consolare il cieco, alle bugie pietose che gli erano venute in bocca, alle adulazioni meritorie con cui aveva pagato quel poveraccio illuso ma sincero.
E infine per togliere di mezzo anche l’ombra del pentimento, affermò forte in faccia alle figliuole la propria contentezza di aver fatto visita a quel cieco illustre, a quell’artista, sodo, acuto, pieno di criterio... nel giudicare le pitture degli altri.
— Che cosa ti hanno detto? domandò Giuditta.
— Tante cose.
E disse quali, nel disordine con cui gli si presentavano alla mente. Ma Giuditta non si accontentava ancora; essa voleva sapere una cosa, e perchè il babbo non la diceva, interrogò:
— Non ti hanno domandato perchè non sono mai andata in casa loro invece di Sofia?
— No, non me l’hanno domandato. Ma in sostanza, dicano quello che vogliono gli altri, per me Mattia Bondi è un grande artista.
Più tardi, ripetendo la stessa frase, rimpicciolì le dimensioni di Mattia Bondi, ma non tanto che il cieco non si potesse accontentare; disse che era un artista di molto valore... un artista che sapeva il fatto suo...