— Pieno di luce!... Che cosa stavo dicendo?
Mattia non sapeva più.
— Quando?
— Io le diceva che colla mia incontentabilità, col soverchio amore dell’arte mia, ho sciupato la vita... e lei mi pare che volesse dire qualche cosa...
— Ah! Non dica così; le sue tele sono ammirate dagli intelligenti; ogni artista sa che un abbozzo può valere un quadro finito; sa che tante volte il quadro finito è il maggior nemico dell’abbozzo — solamente l’amore dell’arte va inteso con un po’ d’umiltà; finire i quadri incominciati è un dovere; il pubblico vuol la parte sua; e si può dire in odio del pubblico tutto quello che si vuole, ma se l’arte deve essere una missione, non si ha a dimenticare il pubblico, che dà il... pane, il plauso, il coraggio... e perfino la gloria.
Babbo Salvi non rispose. Ricercava in quelle parole gravi, pronunziate con una lentezza solenne, un significato che fosse rimasto inavvertito per lui; e non lo trovando, crollò il capo.
— La gloria! a vent’anni l’ho guardata in faccia anch’io; sembrava mi sorridesse; ma ora ho imparato che la gloria della pittura non comincia se non dopo che il pittore è ben morto.
Il cieco si oscurava in viso, ma Primo Salvi lo medicò così:
— Io conosco una persona, che ha meritata la gloria vera, ma è viva ancora, e non l’avrà forse se non quando sarà morta... il cielo la conservi! Tempo addietro questa persona ha avuto le sue battaglie; ora gli hanno dato una tregua perchè si è ammalata. Speriamo che guarisca e che il cielo confonda tutti gli avversari.
Mattia, senza parlare, allungò la mano perchè babbo Salvi la stringesse. Avrebbe potuto mettere le cose nella vera luce, correggere almeno il criterio che quell’artista sbagliato si era formato della gloria, facendogli toccare con mano che un uomo può essere immortale ed accontentarsi di essere vivo; ma scelse d’essere umile in silenzio.