E Mattia rispondeva, scotendosi di dosso la melanconia, che non pensava a nulla, che era allegro quanto si può essere sotto il diluvio; ma poi, insistendo ancora suo figlio perchè dicesse qualche cosa, cascava a parlare dell’arte, che è un’innamorata infedele, dell’arte che fa godere quando ci sorride, che fa sanguinare quando ci abbandona. Diceva l’arte, ma voleva intendere la gloria, e ne parlava con accento scherzoso, perchè non era rassegnato ancora all’abbandono.
Un giorno, con suo grande stupore, sentì esprimere a suo figlio un concetto che già era stato enunziato con molta arroganza da Primo Salvi, e che egli stesso non era ancora riuscito ad accettare.
— Che importa? disse Tito. Che importa se l’arte ci abbandonerà un giorno? Finchè ci sorride ed è bella, bisogna amarla. Del resto tu stesso che credi di essere stato abbandonato crudelmente, hai continuato a volerle bene per le gioie che ti ha dato, e... anche per quelle che ti darà ancora.
“Per quelle che mi darà ancora„ ripetè a sè stesso Mattia, senza nessuna amarezza verso la sorte, nè verso suo figlio, il quale s’ostinava a mettergli dinanzi agli occhi ciechi un trastullo guasto senza rimedio.
La nuova sventura, piombando sull’anima del cieco, aveva ancora lasciato due molle intatte: l’affetto paterno e un po’ di fede in un’altra vita, quella fede che è parente prossima dell’ideale, secondo assicurava Mattia. Con queste due molle robuste, la rassegnazione è meno difficile.
Allo spirar di quell’invernata, quando agli ultimi di febbraio Tito portò a suo padre le prime violette colte nel loro giardinetto, quell’anima, che si era stancata tanto nell’inseguire un’ombra, poteva dire d’essere arrivata alla pace.
— Ho la coscienza di aver compiuto la mia missione con tutte le forze che mi erano state date; l’ho compiuta fino all’ultimo, e se il cielo mi aprisse gli occhi un’altra volta, per un giorno o per un’ora, so che tornerei da capo a fare quello che ho sempre fatto.
Diceva questo perchè era sgomentato all’idea che suo figlio si innamorasse anche lui delle ombre, e che non avesse poi la forza di rinunziarvi.
E quando potè accorgersi che Tito non correva nessun pericolo, almeno finchè non si fosse innamorato ancora d’una creatura viva, volle sapere se pensava sempre a Cesira, e se Sofia...
Tito fu sincero. Confessò che Cesira lo aveva fatto soffrire abbastanza e che gli era caduta miseramente dal cuore.