Qualche volta il poveraccio le camminava al fianco in silenzio, ed allora toccava a Sofia risvegliare il dolore muto, perchè si lamentasse.
— Ah! quanto l’avrei amata! diceva Tonio; essa non saprà mai, voglio che non sappia mai quale amore ha respinto.
Sofia non rispondeva nulla, e Tonio continuava fin che la sua compagna, rallentando il passo per dargli tempo di finire il lamento incominciato, lo facesse accorto che il portone noto era in vista, che alla finestra tonda brillava la luce d’una candela. Allora Tonio ammutoliva ancora, Sofia lo consolava colla sola parola forte che le fosse rimasta. E non sapeva nemmeno lei se fosse la pietà di lui, o di sè stessa, o della povera umanità, che la profferisse:
— Coraggio!
— Oh! sì, sì, ne avrò, assicurava il giovine maestro.
Questo accadeva nel primo tempo, dopo che Giuditta aveva manifestato il proprio sentimento, senza lasciare speranza che potesse mutarlo.
Ma, durante quell’invernata crudele, Tonio fu a poco a poco condotto a considerare la propria miseria senza lamento; se per un pezzo era stato puntuale nell’accompagnare a casa la cuginetta quando Sofia era il pretesto di parlare di Giuditta tanto bella e tanto amata, ora sembrava aver vinto quell’amore fino a non parlare più di Giuditta, fino a parlarne ancora senza nominarla, fino a nominarla con melanconia tranquilla. Pareva a Sofia che, arrivato a questo punto della convalescenza, Tonio si potesse dire al sicuro; che se nondimeno aveva continuato ad accompagnare la cugina, lo avesse fatto per iscrupolo di gratitudine, o per troppa bontà, o per timidezza.
Quella sera di febbraio, Tonio era stato per istrada un po’ taciturno; sembrando alla ragazza non sapesse che dire, pensò che, senza avvedersene nemmeno, fosse un tantino seccato di quell’impresa cavalleresca di mettere in salvo ogni sera una ragazza bruttina, sempre la stessa ragazza bruttina, la quale, per dire il vero, non si sentiva punto bisogno di salvamento.
— Senti, Tonio, disse Sofia; ora tu sei proprio guarito, non è vero? Oh! bene. L’invernata è finita, stanno per cominciare i giorni più lunghi di marzo; non stare più ad aspettami la sera; il tuo tempo può servire a qualcosa di meglio.
— A che vuoi che mi serva? domandò il maestro di scuola. Dimmelo tu.