In quella sera le sale del signor Verni erano più affollate del solito. Silvio, che sul limitare della porta avea deposto gran parte dell'audacia che lo aveva sorretto per via nei suoi propositi, entrò alquanto imbarazzato, parendogli che gli occhi di tutti si fissassero sul suo volto e vi leggessero i suoi pensieri. In fondo, benchè egli facesse mestiere di letterato, non era dei più avveduti, e se aveva una macchia sulla coscienza, bisognava che gli salisse alle guancie.

Il signor Verni gli mosse incontro, gli porse la mano, lo chiamò: mio caro signore, e lo fece sedere al suo fianco.

Silvio guardava all'intorno in cerca di Carlotta. Ne domandò a lui, e lui rispose che ella sarebbe venuta a momenti; poi riprese il suo ragionare brioso.

Assolutamente in quella sera il signor Verni era di buon umore. Silvio lo pensò, e per un momento si sentì venir meno. Amareggiare così le gioie d'un uomo onesto! colpirlo nei suoi affetti, nella sua pace!... Ma Carlotta era così bella! Guardò ancora attorno a sè, ricercandola cogli occhi.

— Che cercate? gli domandò il signor Verni.

— Nulla — rispose Silvio imbarazzato; e per rassicurarsi, guardò la faccia di quell'uomo.

Era bello, assolutamente bello.

— È una cosa orribile — un marito! e da quale stampo è dunque uscito costui? pensò dentro di sè. Ma ciò è ancor peggio, che io mi sento attratto verso di lui, chè egli mi è simpatico, e mi pare quasi d'amarlo.

L'esame fu brevissimo, ma completo. E riconobbe per la prima volta sotto le linee di quel volto sorridente, una impronta di virile severità che non disarmonizzava tuttavia coll'abituale dolcezza con cui era uso trattare.

Da quel punto Silvio fu sulle spine; si contorceva sulla sua seggiola come un uomo annoiato, tanto che il sig. Verni, da quella compita persona ch'egli era, gli offerì di fare una partita agli scacchi.