Silvio impallidì.
— Lo conoscete?
— Lo conosco.
— Un gentiluomo.
— E la ragione?....
— Un'inezia, ve l'ho detto. Il cavalier Saivani si ostinava a credere che l'attuale ministro salverebbe il paese; ed io mi ostinava a dire che lo perderebbe. La politica è sempre perniciosa per le teste vulcaniche. Ne ho fatto esperimento, e dico che è meglio l'amore. Ci siamo scaldati un poco, egli mi ha detto con un giro di parole graziosissimo qualche cosa che è sinonimo di cretino, ed io altrettanto; per rincarire la dose ho fatto vedere che io l'avevo in conto d'uomo illiberale; ho parlato dell'altezza dei tempi.... Il cavaliere ha spiegazzato fremendo un paio di guanti, ho indovinato di che si trattava, e l'ho trattenuto dicendogli che gli avrei mandato i miei padrini... Ecco il fatto.
E il signor Verni rideva delle sue parole, gaio e spensierato come un fringuello. Silvio non rideva più.
— Ho avuto in mente, soggiungeva il signor Verni, di rappattumarmi con quell'uomo, per non dare al pubblico questo spettacolo insipido di due galantuomini che si tagliano le braccia per porre in salvo l'onore. Ma non ho saputo essere così forte da lottare contro il pregiudizio. Si direbbe di me che sono un vigliacco; non è egli vero?
Tutto questo dialogo era avvenuto sul limitare della porta. Silvio domandò dell'abitazione del Salvani; si tolse il carico di pensare a tutto, ed uscì col cuore angosciato.