Alla mattina si levò di buon'ora, e secondo l'accordo fatto andò in casa del signor Verni. Lo trovò pronto.
Per la prima volta Silvio pensava al pericolo cui quell'uomo andava incontro, pensava a Carlotta che n'era stata causa, e non sapea darsene pace. E tuttavia se egli guardava in volto il signor Verni, si sentiva venir meno nella sua convinzione; la calma di quell'uomo avrebbe tratto in inganno chicchessia.
— Siete disposto? domandò Silvio.
— Lo sono; rispose sorridendo il signor Verni; ma vi confesso che l'idea di pigliar parte ad una commedia di tal natura è tutt'altro che aggradevole; in cotesto genere di riparazioni d'onore che non riparano nulla, non ci si guadagna altro che il ridicolo.
— Diamine! il ridicolo!
— Certamente. E vi pare cosa assennata che due uomini si comportino come belve feroci rinchiuse nella stessa gabbia che contendono per una libbra di carne, che tanto tanto il domatore strapperà dalle zanne del vincitore? Ne va di mezzo l'onore? fate da senno e finitevi; che la vita dell'uno paghi la pace dell'altro! ma scendere nella lizza per versare qualche goccia di sangue, sotto il pretesto di salvare l'onore, in verità è cosa tanto sciocca, che non è a dire di più. Da bravi, miei cari leoni, divertite il pubblico, questo pubblico di conigli che circonda l'arena per sentenziare del vostro onore.
— Avete ragione; disse Silvio a malincuore, temendo d'indovinare a che mirassero le parole del signor Verni.
— Voi avete escluso i colpi di punta...
— E i fendenti al capo.
— Eccoci a quello che io dicevo; non vi pare?