«Di' pure che io sono un gran colpevole. Da venti giorni non faccio che lottare meco medesimo per decidermi a scriverti. «Scriverò domani, scriverò domani» e così sono giunto fino ad oggi.
La tua lettera, contro le mie aspettazioni, mi è venula assai presto. Pensa se io l'ho letta con avidità; mi aspettavo ad ogni linea di leggere quel nome, e trepidavo non per desiderio, ma per timore che il pensiero di lei avesse a darmi prova della mia debolezza; non temevo del mio cuore, ma temevo tuttavia l'esperimento. Tu non l'hai nominata, e te ne sono grato; la mia gratitudine ti sia prova del mio buon volere, se non della mia indifferenza. Non mi è possibile essere indifferente ai casi di quella donna; se tu mi avessi detto: l'ho veduta; il mio cuore avrebbe domandato: «era felice? era dolente?» io non avrei potuto frenare il mio cuore. Posso però non amarla e non l'amo.
È una settimana, dal 20 settembre, che io mi sono stabilito a Gossau. Il paese non merita che io te ne parli; ma la posizione è delle più ridenti, e i comodi della vita animale si hanno tutti, con poco dispendio. Gli Svizzeri non sono soltanto buoni orologieri, ma all'occasione sanno essere buoni ed eruditi gastronomi, e pazienti.
Non so più qual filosofo abbia posto la pazienza fra le virtù del perfetto gastronomo; ma io dico che la filosofia non ha mai rivelato verità così profonda, e così efficace.
Ho tolto a pigione a breve distanza dal paese una villetta graziosissima; quattro camere in tutto, ma pulite, piene di luce e di aria, elementi indispensabili per la vita del pensiero. Ho anche il mio pezzo di giardino, pochi palmi di terreno rubati agli scaglioni d'un colle, col suo bravo pergolato, e colle sue piante di rododendri e di dalie tutte in fiore.
Nel primo giorno mi ho fatto apprestare gli utensili col proposito patriarcale di coltivare io stesso i miei rododendri e le mie dalie; ma dopo alcune ore mi sentii tutto slogato, e ci ho perduto in una volta sola tutti questi gusti così primitivi. E mi pare che se mi fossi trovato nei panni di Adamo, e che Domine Iddio mi avesse condannato a «lavorare la terra col sudore della mia fronte», io, per tormene più presto d'impaccio, avrei scavata una fossa larga due piedi e profonda sette, e mi sarei sepellito a dirittura.
Regalerò il mio badile a qualche montanaro che se ne servirà a sgomberare i suoi passi dai cardi e dalle liane.
L'aria che si respira quassù è veramente benefica; mi pare che i miei polmoni si dilatino. Ogni mattina mi affaccio alle mie finestre, e assorbo a più riprese la brezza frizzante che viene a battermi sulla faccia. Questa ginnastica di polmoni, come tu la chiami, giova al mio sangue, il quale, ti giuro, non ha mai corso così sereno.
Ho seguito in tutto i tuoi consigli, e mi sono circondato di ossigeno; e siccome il rododendro e la mia dalia non ne esalano a sufficienza, io non ho che a passare nelle due camere posteriori, le finestre delle quali guardano sopra un altro giardino. Questo non è un giardino da burla, ma un giardino sul serio; non so di quante pertiche, ma l'occhio ci corre un buon tratto; e poi piante molte, e pini selvatici, e pergolati, e viali, e cento altre benedizioni; un guaio solo: non mio. Ma la vista è anche mia, sebbene un gran pergolato me ne rubi gran parte; non foss'altro, per la mia ginnastica è quel che mi ci vuole.
Ho spiato invano per vedere a chi appartenga questo giardino; non ci ho mai visto dentro alcuno; ho però sentito una volta dei passi sotto il pergolato, ma il fitto del fogliame mi ha tolto di vedere chi fosse. Ad ogni modo ho la certezza che questo Eden è abitato. Fosse almeno una divinità femminina! In fondo al giardino si vede la facciata di una bella casa di campagna, dipinta a foggia di castello; ma non ho mai visto i castellani.