Non profaniamo l'arte che è primogenita dell'idea. Se anche gli artisti si cacciano in capo di rubare il mestiere ai diplomatici, non vi sarà più altro al mondo; e se pensi alla cifra spietata dei politicanti, vedrai che non è poco danno. Infine anche quei messeri, ambasciadori, ministri plenipotenziarii, incaricati d'affari, e che so io, hanno cento ragioni d'arrabbiarsene; è il loro mestiere, il loro privilegio; e pensa se domani mandassero all'estero l'Arte — alma parens — conciata colle livree gallonate, col cappello a due punte, e le sue brave credenziali del nostro buon Governo...

Per carità ritorniamo artisti.

Poichè ho incominciato a lasciarti indovinare in qualche parte i miei progetti, sarò sincero e ti dirò ciò che all'incirca ho contato di fare.

Non pensare però che la confessione dei miei propositi — se pure sono propositi — debba obbligarmi ad attenermici. Dico questo perchè in generale si suole attribuire a leggerezza il mutamento frequente dei progetti, mentre il più delle volte, se si ha una colpa, è quella di aver palesato troppo presto il proprio pensiero, senza attenderne il frutto che è la determinazione vera, la quale è sempre una sola. Quegli uomini che dicono «farò questo» e fanno, non è già che abbiano, come si crede comunemente, la forza mirabile di fare quello che dicono, inalterabilmente e sempre, ma piuttosto che hanno l'astuzia o la prudenza, ed è tutt'uno, di non dire se non ciò che hanno assolutamente fermato di fare. Vedi che non è un giuochetto di parole, ma una verissima cosa, una specie di piramide, poco meno certamente, a puntellare la serietà e la fermezza dell'umana natura; serietà e fermezza a cui si crede meno che non convenga.

Voglio dire che domani io potrei pensare diversamente da quel che penso oggi, e non per questo dovrebbe venirmene taccia di volubile. Se io aspettassi la vigilia di compiere i miei disegni per palesarli, tu mi avresti in concetto di uomo ferreo; e ci avrei assai più del mio conto.

In conclusione Gossau è un bellissimo paese — così mi si dice — vi hanno belle villeggiature e molti villeggianti, tutte cose non indifferenti; aria buona, bel cielo, buone vivande, altre cose di cui sono avidissimo; ed ho in mente di recarmivi e passarvi questi mesi d'autunno.

Ecco ciò che mi passa ora per il capo; se domani avrò mutato consiglio, non sarà grave danno, e il peggio che possa capitarmi è di far ritorno a Milano e rivedere ciò che non vorrei rivedere mai più. L'ho detto; e se la prudenza è debolezza — e parmi davvero che le sia dato a torto l'appellativo di virtù, — dì pure che questa mia è debolezza. Forse io misuro male le mie forze, e saprei resistermi; ma non so pormi a questa prova.

Vederla ancora, parlarle ancora! non è possibile; tutto in lei mi farebbe male; la mia stessa indifferenza mi sarebbe penosa, nè io saprei essere impassibile se non a prezzo di nuovi dolori ancora più atroci. Guardarla senza lacrime e senza palpiti, dopo tanta frenesia! Ahi, sarebbe questo un disinganno assai più amaro, e vi getterei l'ultima illusione: la pazza fede che io l'avrei amata eternamente.

Non parliamone più. Mi preme che questa mia ti giunga presto, e so che vi è un pessimo servizio postale tra la Svizzera e l'Italia. Dimmi delle cose tue; dimmene lungamente, e persuadimi, se ti è possibile, a raggiungerti presto. Egli è pure il mio desiderio, ma una catena fatata mi lega a questo paese».

XXII. Silvio ad Eugenio.