E tuttavia dover lasciare quel foglio nel giardino!... Ella forse avrebbe aspettato la notte per raccoglierlo, e la leggierezza di quelle parole l'avrebbe offesa. È ben vero che quella lettera non era diretta a lei; ma come dirglielo? Oltre a ciò, lo stesso signor Verni avrebbe potuto averne notizia....

Silvio guardò al cielo, meno per chiederne consiglio, che per vedere se promettesse soccorso. Chi sa? Un acquazzone avrebbe potuto lacerare quel malaugurato foglio e seppellirlo fra le zolle.

Ma il cielo era purissimo, e il sole tramontava lentamente dietro i colli.

Allora Silvio si rifece a misurare la strada che avrebbe dovuto percorrere per scendere in giardino. Egli avrebbe posto i piedi sopra un'asta di legno del pergolato, tenendosi al parapetto della finestra. Quindi, appoggiandosi alla muraglia, avrebbe guadagnato un palo che pareva più vigoroso degli altri, e si sarebbe lasciato scorrere lungh'esso fino al fondo. La risalita non doveva essere più difficile. Rifacendo i calcoli gli parve ora un'impresa semplicissima.

Con questo proposito aspettò la notte. Una mezz'ora dopo il tramonto, Silvio si accostò alla finestra, parendogli d'udire rumore nel giardino. Sperava e temeva che Carlotta lo avesse prevenuto; ma il giardino era deserto. Conveniva affrettare; alcuni istanti dopo non sarebbe forse stato più in tempo. Scavalcò il davanzale della finestra con una trepidanza indicibile; egli poteva essere visto, poteva incontrarsi con Carlotta, e quel che era peggio col marito. Pose i piedi sull'asse del pergolato e, prima di abbandonarvisi, ne provò con una scossa del corpo la resistenza. L'asse piegò sotto il peso, ma non si ruppe. Tuttavia fu col cuore serrato dal raccapriccio che egli si decise a distaccare le mani dalla pietra del davanzale. Senza volerlo, i suoi occhi guardarono sotto di sè, quel pergolato contava almeno 18 piedi d'altezza. Era un'inezia per chi aveva salito il San Gottardo, e Silvio sorrise della sua debolezza. Col corpo inclinato verso il muro si trascinò lentamente lungo quell'asse, e giunse al palo che aveva adocchiato. S'egli riuscva ad attaccarvisi colle mani, era tutto fatto; lo stesso palo l'avrebbe accompagnato fino a terra. Ma per afferrare quel palo gli toccava reggersi in equilibrio per un istante, senza alcun appoggio delle mani, e ripiegare il corpo lentamente, senza uscire da quel bilico difficilissimo. Silvio eseguì questa ginnastica con qualche disinvoltura, e in breve pose piede nel giardino. In quell'istante un'ombra nera passò nel viale dei pini. Era illusione cagionata dal turbamento di Silvio, od era realtà? Silvio non ebbe altro pensiero che di nascondersi; se il signor Verni l'avesse sorpreso in quel luogo, egli ne sarebbe morto di vergogna. Si rannicchiò in mezzo ad alcune piante di mirto, ed attese.

Quando gli parve d'essere al sicuro, uscì dal suo nascondiglio, e si rivolse verso il padiglione per rintracciare la lettera. Riconobbe il luogo ove era caduta, ma non vide più la malaugurata pallottola. Pensando d'essersi ingannato, guardò alla sua finestra, rifece coll'occhio l'arco descritto dalla pallottola, e conobbe di non essere in errore. Tuttavia cercò minutamente fin presso al padiglione. Non vi era dubbio; qualcheduno avea preso quel foglio; e chi mai se non Carlotta? Questo pensiero gli empiè il cuore di gioia; ma fu un istante. Che avrebbe pensato Carlotta della arditezza del suo linguaggio?

Senza accorgersene, s'era introdotto nel padiglione, e s'era seduto sullo stesso sedile su cui aveva visto Carlotta. Da quel luogo egli vedeva le finestre della casa illuminate, e gli pareva di vedere delle ombre passare dinanzi ai vetri. Colà era Carlotta. Dolce ed affannoso pensiero!

Passò un'ora. Silvio non s'era ancora mosso per risalire; le sue fantasie lo tenevano in quel luogo con una forza invincibile. Il pensiero, intento alle memorie che si succedevano a quadri svariati, aveva vinto ogni altro sentimento. Silvio non temeva più nulla: dimenticava in certo modo di vivere, rammentando di aver vissuto.

Passò ancora un'ora, poi un'altra; le finestre del piano superiore della casa s'erano oscurate; una luce brillava nel piano inferiore; quella luce si muoveva bizzarramente. Poi anch'essa si arrestò per pochi minuti, e si spense.

Silvio si sentì più libero. L'oscurità gli diede sicurezza; non pensò più a risalire nelle sue camere, e si abbandonò del tutto alle sue meditazioni.