Le notti incominciavano ad essere fredde; ben tosto l'immobilità gli intorpidì le membra. Si alzò risoluto, e guardò alla sua finestra come per misurare la fatica della risalita. Un istinto più forte della sua volontà lo trattenne; senza accorgersene, oltrepassò il padiglione e giunse al viale dei pini. Colà ella era passata più volte. Volle inoltrarsi, ma lo arrestò un ultimo senso di titubanza. Se qualcuno lo avesse sorpreso! Teso l'orecchio ad ascoltare; non si udiva che un fremito leggiero di vento, e un indefinito mormorio — il linguaggio della solitudine e della notte.

Fatto più ardito, Silvio percorse il viale a passi lenti, e giunse in faccia alla casa. La curiosità lo trasse più vicino; si accostò alle finestre del piano terreno, ma erano tutte chiuse. Una sola di esse avea le imposte socchiuse per modo che tra l'una e l'altra rimaneva una fenditura non più larga di due pollici. Silvio si rizzò sulle punte dei piedi e riuscì a guardar dentro. Egli vide un'ampia sala, dei grandi quadri antichi, ed un lumicino dal lucignolo carbonizzato che agonizzava in un angolo. Chi aveva posto quel lumicino in quel luogo? Ed a qual uso? Silvio guardò intorno alla camera, ma non vide alcuno.

Mezz'ora dopo ripassò innanzi a quella finestra, guardò ancora dentro; ma non vide più nulla. Il lumicino probabilmente s'era spento; ma se qualcuno lo avesse invece ritirato? In quel punto parve a Silvio d'udire un cigolio sommesso, come d'una porta che stridesse girando lentamente sui cardini.

Si arrestò. Poco dopo udì quello stesso rumore; questa volta non poteva essersi ingannato. L'istinto, più che la riflessione, gli consigliò la fuga; però, fatto ancora più agile dal timore d'essere scoperto, in breve ebbe raggiunto il padiglione. Senza neppur volgersi indietro, spiccò un salto ed afferrò lo stesso palo per cui era disceso: vi si attaccò colle mani e coi piedi, e ne raggiunse la cima rapidamente. Allora, tenendosi avviticchiato colle gambe, rovesciò il corpo all'indietro; ed afferrò d'una mano un'asta traversale che riuniva il palo alla muraglia. La notte non permettendogli d'usare lo stesso sistema adoperato nel discendere, egli pensò di portarsi fin sotto la sua finestra, appigliandosi successivamente alle aste traversali, e lasciando spenzolare il suo corpo nel vuoto. Il mezzo non richiedeva come l'altro la sicurezza dell'occhio e la fermezza dell'equilibrio, ma riposava tutto sulla credula solidità delle aste. Ad ogni sbalzo che Silvio faceva per passare da un'asta all'altra, egli sentiva tutto il pergolato scricchiolare; allora si aspettava di cadere, e misurava in cuor suo la lunghezza della distanza che il suo corpo avrebbe dovuto percorrere per arrivare fino a terra. Ahi! sempre troppo lunga distanza per tal sorta di viaggi...

Un raggio di luna rischiarò in quel punto il suo sentiero. Silvio ne approfittò per guardare dietro di sè ed assicurarsi di non essere stato veduto. Strana cosa; ancora una volta gli parve di vedere un'ombra nera che si dileguava, ma questa volta assai più vicina. Silvio non guardò altro; con uno slancio vigoroso riuscì a sedersi sull'asta da cui egli pendeva. Il più difficile era fatto. Non rimanevagli più che sollevarsi in piedi su quell'asta medesima, per poter afferrare la pietra del davanzale della sua finestra. Appoggiandosi con una mano al muro e tenendosi coll'altra all'asta, provò a rizzarsi. Vi riuscì a grande stento; fu un miracolo d'equilibrio. Mosse un passo con precauzione e tentò d'attaccarsi colle mani al davanzale della finestra. In quel punto uno scroscio, un terribile scroscio annunziò che l'asta su cui Silvio si reggeva incominciava a spezzarsi. Un grido rispose a breve distanza a quel rumore. Silvio tra il timore e la meraviglia rimase un istante perplesso. Intanto un altro scroscio e un altro grido. Silvio spinse il corpo innanzi, e tentò con uno slancio d'afferrarsi alla finestra; le sue dita toccarono la pietra; e si irrigidirono contraendosi nella stretta. Il suo corpo penzolò un momento nel vuoto, e cadde...

XXVIII.

Il mattino Silvio aprì gli occhi, e li girò intorno stupefatto. Non vide più la sua camera solita, e, in quei primi istanti di veglia che succedono al sonno, non seppe darsene ragione. Una sensazione viva di dolore al capo fu la prima cosa che ridestasse la sua memoria annebbiata. Ricordò la notte passata nel giardino, ricordò la salita del pergolato, quell'ombra che lo aveva seguito, poi il grido, e la caduta... E poi? più nulla; a questo punto le sue idee si confondevano coi fantasmi dei sogni. Quali sogni? Egli ne aveva fatto di così belli! ma anch'essi gli sfuggivano come agili farfalle.

Che cos'era dunque avvenuto di lui dopo la caduta? E come si trovava in quel letto? E a chi doveva egli l'ospitalità di quella notte? È assai naturale che Silvio cercasse di rispondere prima di tutto a quest'ultima domanda. Ora s'egli era caduto dal pergolato del giardino, evidentemente non aveva potuto cadere altrove che nel giardino. Il giardino era di Carlotta; dunque... la logica non eragli parsa mai così bella.

Dunque era stato raccolto per cura di Carlotta. Dunque egli si trovava in casa di Carlotta.

Intanto la luce penetrava a striscie traverso le imposte socchiuse.