Silvio era così felice che non s'affannò punto del suo stato. E tuttavia, quando volle provare a voltarsi sopra un fianco, si accorse che la sua spalla era malconcia; e abbandonandosi con troppa compiacenza al pensiero, sentì delle fitte dolorosissime al capo che lo consigliarono ad accarezzare le idee dell'amore con maggior parsimonia.

Ad ogni modo gli parve di poter concludere che nella caduta s'era slogato una spalla, e che aveva dato del capo su qualche cosa di duro che doveva avergli cagionato, insieme alla ferita, un deliquio od uno stordimento.

Poco stante si addormentò ancora cullandosi soavemente nel pensiero di Carlotta.

Ridestandosi, guardò un'altra volta intorno a sè; la camera era vuota.

La prima immagine che oscurò il lucido orizzonte che brillava innanzi al pensiero febbrile di Silvio, fu quella del signor Verni. Senza dubbio egli era a parte di questo avvenimento; senza dubbio egli aveva aiutato a prodigargli le prime cure; forse egli stesso, egli solo, aveva ordinato di raccoglierlo e gli aveva assegnato quella camera. E che aveva egli pensato di lui? La pietà era stata possibile in quell'anima buona; ma forse la stima non lo sarebbe più.

E come avrebbe egli osato levar gli occhi in faccia a quell'uomo? e con qual animo l'avrebbe ringraziato delle sue attenzioni? Per la prima volta sentì il peso di quell'ospitalità che poc'anzi lo aveva reso giubilante, e pensò con desiderio al letticciuolo solitario della sua camera da scapolo.

Quale sarebbe stata la prima parola di quell'uomo? Questo pensiero importuno, torturò la sua ragione vacillante.

Un'ora dopo udì dei passi che si accostavano all'uscio. In quel momento avrebbe voluto essere assai lontano. Non potendo colla sola forza della volontà soddisfare a questo voto, chiuse gli occhi e finse di dormire.

Udì la maniglia della porta girare lentamente, poi alcuni passi leggieri, e un bisbiglio sommesso di due voci maschili.

— Dorme; diceva l'uno dei due.