Silvio non domandava di meglio, e tacque. Non aveva ancora avuto tempo di voltare il capo e di guardare quell'altro; ma siccome quell'altro non poteva essere che il signor Verni, così egli prese il partito di guardare il medico nel bianco degli occhi.
Il medico si accostò a Silvio, e gli levò la benda che gli legava il capo; i capelli s'erano attaccati alla tela, però quell'atto gli cagionò una sensazione poco gradevole. Silvio s'accorse che la ferita ricevuta al capo aveva fatto sangue, ma dall'espressione del volto del medico argomentò che doveva essere cosa di poco rilievo.
Il medico accennò col capo a quell'altro; e quell'altro si mosse per venirgli in aiuto.
— Non v'è più scampo, disse Silvio, e sbarrò tanto d'occhi in faccia al nuovo venuto.
Non era il signor Verni.
Tuttavia quel volto non gli era nuovo; in quel momento però non volle saperne di più.
I due uomini lo sollevarono alquanto e lo appoggiarono sui cuscini; il medico scoprì la spalla, e tastò colle dita l'osso. Anche questa volta il viso del medico indicò quella specie di disdegno col quale i sacerdoti di Ipocrate riconoscono che il caso con cui hanno a fare è di minima importanza. Il disdegno dei medici è sempre lusinghiero per gli ammalati, e Silvio ne fu lietissimo. La spalla non era slogata, come egli aveva temuto.
Silvio fece ancora atto di parlare; questa volta il medico, rassicurato sulla creduta gravità del male, non lo interruppe per consigliare il silenzio, ma per prevenirlo colle sue interrogazioni.
— Avete dormito sempre?
— Tutta notte.