— Freddissima, confermò Silvio sbadatamente; poichè lo dite, aggiunse sorridendo; io già non ho potuto accorgermene.... sebbene.... sì, ne sono sicuro, il gelo aveva disegnato assai bizzarri fiori sui vetri della finestra. Il sole me li ha tolti ben tosto...

— E il gelo i miei... figuratevi; avevo un'aiola di cappuccine gialle che non s'erano potute raccogliere nella serra — sono morte tutte...

— Poverette!

Silvio pensò di dover unire un sospiro per significare meglio il suo compianto; questa volta Carlotta non ne parve spaventata e rispose con un sorriso.

— Amate i fiori? domandò poco dopo.

— E chi non li amerebbe?

E qui Silvio con uno slancio inspirato parlò del loro profumo, dei loro colori, e stava per parlare del loro linguaggio, se una occhiata assai espressiva di Carlotta non l'avesse interrotto in buon punto. Silvio pose la mano destra sul cuore coll'atto con cui l'avrebbe posta sulla bocca d'un ciarliero, e domandò scusa sorridendo.

Se Carlotta rispondeva a quel sorriso, addio patti! ma Carlotta non parve avvedersi del gesto, nè del senso burlesco che gli era stato dato. Quell'indifferenza sconcertò forse i segreti disegni di Silvio, il quale da quel punto si fece serio in volto, e divenne più parco di parole.

Carlotta, sia che fosse rassicurata da quel contegno, sia che sentisse in cuore alcuna pietà mista di riconoscenza, o forse per l'una cosa e l'altra insieme, acquistò per l'appunto quanto Silvio aveva perduto, e lo interrogò sui suoi viaggi.

Silvio si tolse d'impaccio assai male; nè mai racconto di viaggi fu fatto con tanta inettitudine e con così poca compiacenza.