XLV.

Ponete — e non sarete lontani dal vero — che Silvio dopo questa lettera si sia lusingato per un quarto d'ora, e abbia numerato nell'inquietudine le lunghe ore della giornata; ponete che due ore prima del tramonto abbia udito una prima volta il fruscio delle vesti di Carlotta, e poi ancora cento altre volte, e che cento volte abbia teso l'orecchio col cuore agitato, e cento troncato le sue speranze con un sospiro; ponete che alla centesima un passo, un vero passo, si sia arrestato alla porta, e una mano abbia fatto girare la maniglia, e poi dite se il signor W**, medico chirurgo di Gossau, potesse giungere opportuno.

Opportuno o no, era proprio lui.

Silvio si lasciò sfuggire un'esclamazione di sorpresa. Non so che vi possa essere di gradevole nella visita di un medico; ad ogni modo fosse gradevole o sgradevole la sorpresa — e pare che dovesse essere l'una o l'altra, non avendo mai udito dire che vi siano sorprese d'altra natura — il signor W** non se ne avvide, o mostrò non avvedersene.

Egli entrò col solito passo saltellante, colla faccia agro-dolce, si accostò al capezzale col solito sorriso, e interrogò l'ammalato col solito accento melato.

— Il signor Silvio si sentiva bene?

«Il signor Silvio si sentiva bene.»

— Non aveva avuto più febbre?

«Il signor Silvio credeva di non averne più avuto.»

Erano le solite domande, e le solito risposte svogliate.