In quell'intervallo di tempo Salvani era venuto assiduamente a vedermi; i suoi modi erano però mutati; alla dolcezza delle sue parole era succeduta una specie di rozzezza dissimulata a stento; alla spontaneità ardente un'indifferenza che mi agghiacciava.

Io gliene faceva rimprovero palesemente; egli si schermiva con una parola: «affari», ed io, che non amavo di meglio che di credergli, mi acquetavo.

I miei timori non erano che troppo fondati; in breve n'ebbi la certezza.

Non dirò per qual via mi giungesse la forza per sopportare quel colpo crudele; io lo sopportai. Il suo abbandono mi trovò preparata; da qualche tempo l'affetto s'era spuntato nel mio cuore contro la vergogna; la virtù oltraggiata mi consenti una forza che non avrei osato sperare; egli spezzò i suoi giuramenti, ed io non ne morii. La vergogna non uccide.

La mia debole natura di donna si fortificò nell'odio; odiai quell'uomo assai più che non lo avessi amato».

LVIII.

«Risparmierò al mio cuore una narrazione penosa ed inutile; la narrazione dei dolori che accompagnarono il mio disinganno.

Mio padre riacquistò a poco a poco la salute; a poco a poco invece io andai perdendo la mia. Il cielo mi è testimonio se il pensiero d'ammalarmi e di morire mi ha fatto battere il cuore! Ma la mia speranza fu vana. Un pallore estremo aveva cancellato sulle mie guancie le rose della fanciullezza e dell'innocenza, ma non fui costretta a letto. Assai più fatale era il mutamento avvenuto nel mio spirito; quella mia natura facile, scherzosa, puerile, aveva preso il sussiego della meditazione, e un'indolenza assai prossima all'apatia.

Mio padre cercò invano di distrarmi, interrogò invano i medici, invano interrogò il mio cuore.

Le sale della nostra casa si ripopolarono un'altra volta di convitati; un'altra volta toccarono a me le brighe dei ricevimenti; ed io mi vi assoggettai senza riluttanza, senza troppo gran noia, come ad una necessità indifferente.