Voi foste forse giusta, ma spesso la giustizia è crudele. Sia pure; poi che il rapido corso di molti mesi non ha saputo ispirare ed alimentare nel vostro cuore altro sentimento che l'indifferenza e il disprezzo, io saprò rinunziare un'altra volta al mio sogno, a quel sogno che, dacchè vi conobbi, fu la sola mia vita: essere amato da voi. Un sacro dovere si frappose un tempo fra voi e me; vi lasciai col cuore straziato, ma confortato da una stolta e fallace compiacenza: forse il vostro cuore mi aveva fatto l'elemosina del compianto; forse i vostri occhi mi avevano fatto elemosina d'una lagrima....
Oggi è ben altro.
Assai probabilmente non mi rivedrete più; partirò domani stesso dalla vostra casa, e domani stesso lascierò questo paese. Spero di poter andare abbastanza lontano, perchè voi non abbiate così facilmente la spiacevole sorpresa d'incontrarvi un'altra volta con me.
Questo io debbo fare per voi; lo posso, e mi basta. Se la mia riconoscenza non può dimostrarvisi che a questo patto, non potrete, spero, accusarmi d'ingratitudine. Che se le baldanze mie vi hanno tratta in inganno sui miei sentimenti, l'avvenire vi dirà forse quanto profondamente io vi stimi e vi abbia stimato sempre.»
XXXIV.
Le ore numerate dall'insonnia non sono mai brevi; e tuttavia Silvio, che aveva avuto le sue buone ragioni per non chiudere occhio tutta notte, trovò che l'alba spuntava troppo più presto che non si convenisse alla più pigra stagione dell'anno. Le battaglie del suo cuore erano state crudeli e lunghe, ma la sua risoluzione non aveva piegato un istante. Il primo raggio di luce penetrò nella sua stanza gravido di nuove tempeste e di nuovi assalti. E in un baleno ripensò tutte le accarezzate illusioni del suo spirito, melanconiche rovine d'un audace edifizio di sogni. Pensò a Carlotta, alla mesta casa che lo aveva raccolto, e parendogli d'uscire improvvisamente da una lunga visione, volse gli occhi in giro per sincerarsene. Una profonda melanconia lo invase al pensiero di dover abbandonare quelle pareti per sempre. Quivi egli si era abbandonato alle sue fantasie d'infermo, alle ansie dell'aspettazione, agli accasciamenti della disperanza — quivi egli aveva sofferto, amato e sperato molto — quella camera era stata per lui, per lui solo, tutto un mondo vastissimo che egli aveva popolato d'immagini lusinghiere.
Nelle lunghe ore di solitudine che egli aveva passato immobile sul suo letto, egli aveva numerato cento volte il doppio giro di scacchi bianchi ed azzurri che si alternavano sulla volta; aveva seguito coll'occhio i bizzarri fiorami dipinti sulle pareti fino agli stipiti dorati degli angoli, donde era tornato indietro rifacendo senza stancarsi mai gli stessi sentieri tortuosi. E poi in quella camera vi erano cento altri affetti che erano sorti per opera sua, affetti di creature enigmatiche a cui egli solo aveva dato la vita. Là era un drago colle fauci spalancate, che fino all'arrivo di Silvio era stato tenuto in conto d'una foglia di certa pianta strana a cui nissuno avrebbe saputo dare un nome; altrove una testa assai burlesca d'uomo, altrove un busto di bella donna, o un amorino senz'ali, tutta brava gente che vivevano alla buona senz'altra pretesa al mondo che quella di essere guardati ad un'ora determinata e dal guanciale di Silvio.
Pensate voi se dovesse essere lieve dolore abbandonare tutto ciò.
Più volte Silvio provò a drizzarsi appuntando i gomiti sul guanciale; più volte disse a sè stesso che era tempo di mostrarsi forte, ma sempre gliene mancò l'animo; il suo pensiero ribelle ritornava senza posa a Carlotta, e il suo corpo ricadeva inerte sul guanciale. Un sospiro mal represso veniva a quando a quando dal suo petto; ed egli avrebbe certamente arrossito confessandolo a sè medesimo, ma il suo cuore diceva assai chiaro il pentimento di aversi tolto un carico tanto grave.
— Domani stesso partirò dalla vostra casa!...