— Un'ora, sì, un'ora di dolcezze, di abbandoni, un'ora di amore... Per lui gli anni, la vicinanza continua, la proprietà assoluta, per me il momento, il breve ma ardente possesso; uno per mille, uno solo. Vedete che io sono generoso.

Queste parole mi fecero sentire il peso della mia vergogna; radunai tutta la mia energia e tentai uno sforzo supremo per liberarmi dalle mani di quell'uomo. Terribile sforzo, superiore alla mia natura di donna, ma impotente. Ricaddi sul divano vinta, spossata, senz'anima. Egli continuò:

— Volete fuggirmi? perchè? vi faccio paura? potrebbe ciò che vi ha ispirato l'amore ispirare oggi il ribrezzo? O non vi pare che il passato legittimi le mie pretese, i miei desiderii? Non siete voi stata mia? non mi avete detto d'amarmi?

— Mi sono ingannata: non vi ho mai amato.

— E perchè non dite: vi ho ingannato? Avete mentito un affetto che non nutrivate in cuore? ebbene, siate oggi più franca d'allora: siate mia senza ingannarmi, senza mentire. Ciò sarà più onesto e più leale.

Celai la faccia fra le mani e domandai al cielo che mi facesse morire. Quel linguaggio, quel cinismo, io sentiva d'averlo meritato!

Non udii più nulla; il mio spirito cadde in una specie di vaneggiamento straziante; nuovi rimorsi, nuove paure, nuove sfiducie; e ciò in un modo confuso, vago, agitato, diverso da tutte le sensazioni che appartengono alla veglia, serbando solo la coscienza e la volontà a far fede che non era un sogno. Frammezzo a quella confusa alternativa di idee che stancavano la mia mente, continuava a giungere fino a me il suono della voce del cavaliere, ma indistinto e fioco come venisse da lontano.

Questo stato durò alcuni minuti che mi parvero eterni. Mi riscossi improvvisamente sentendo la bocca audace di quell'uomo sfiorare le mie guancie; m'arretrai con un grido; egli mi strinse fra le sue braccia, mi sollevò come un bambino, e mi portò per la stanza ripetendo con voce rotta dall'ansia: «sei mia, sei mia.»

Vi era tanta energia selvaggia in quell'atto, in quelle parole, che la mia anima ne fu soprafatta. Nondimeno resistetti a lungo; lottai come può lottare una donna; adoperando le mie deboli braccia, e piangendo in silenzio. Egli era forte, fui vinta.

Allora mi si gettò in ginocchio, mi chiese perdono, implorò colla dolcezza e colla preghiera ciò che ormai avrebbe potuto ottenere colla forza. «Sarebbe stato l'ultimo mio sagrifizio, egli avrebbe lasciato Milano, non avrebbe amareggiato più oltre la mia pace, mi sarei abbandonata quindi innanzi con sicurezza all'amore di mio marito.»