Risensata, tornai col pensiero ai miei timori, alle mie ansie, ai miei rimorsi. Il pericolo che mi minacciava balenò ai miei occhi come una lama tagliente, la mia posizione mi apparì in tutto il suo orrore.
Giunsi le mani in atto di preghiera, e non dissi parola. Il cavaliere mi rassicurò con uno sguardo. Fallace e stolta sicurezza!
Ricordai mio marito che in quell'ora mi aspettava forse con ansietà, e girai lo sguardo intorno alla camera cercando un pendolo di cui sentivo le oscillazioni lente e monotone. In quel punto udii lo scatto d'una molla, poi gli squilli argentini, uguali, delle ore. Erano le tre. Mi sollevai impetuosamente per uscire. Il cavaliere stese un braccio verso di me e mi fe' segno d'aspettare.
— Che volete? domandai tremando.
Non rispose, ma mi prese le mani e mi costrinse a sedere al suo fianco.
— Che volete? insistei con voce spenta dall'ansia e dal terrore.
— E lo so io che voglio? Voglio che non mi lasciate, che rimaniate ancora con me.
— Mio marito... balbettai cercando di dissimulare a me stessa le mie paure.
— Vostro marito è un uomo ragionevole e non troverà strano che sua moglie si trattenga un'ora di più fuori di casa.
— Un'ora, diss'io sforzandomi di sorridere.