— Ti amo!

Un lampo attraversò la mia mente. Nella insistenza fredda e monotona di quelle parole vidi scolpita una determinazione inesorabile. Il terrore mi trasse fuor di senno; mi sollevai d'un balzo, e fu tale l'impeto e così impreveduto, che giunsi a liberarmi dalle mani di quell'uomo. Corsi pazzamente per la camera, vidi un uscio, cercai uno scampo da quella parte, ma l'uscio era chiuso e la chiave era stata tolta dalla toppa; mi provai a spingere con tutte le mie forze, a battere coi pugni colla speranza che qualcuno accorresse; tutto fu vano.

Il cavaliere mi guardava tentennando il capo con un sorriso pieno di sarcasmo e di dileggio; le forze mi abbandonarono, e caddi sulla soglia.

Rimasi accasciata, colla testa fra le mani; non so quanto tempo; il cavaliere non si mosse; se egli si fosse accostato a me, credo che in quel momento sarei morta di terrore.

Il coraggio e la forza mi erano falliti in un punto solo, irreparabilmente; la mia volontà non poteva più nulla sopra di me; il mio cuore e la mia mente non videro altre armi, che quelle della debolezza: le lagrime e la preghiera.

Mi trascinai ai suoi piedi, afferrai la sua mano, e la bagnai di lagrime; pregai smaniando mi lasciasse alla mia pace, mi perdonasse le acerbe parole strappatemi dalla collera, correggesse colla generosità tutto il male che mi aveva fatto.

Mi lasciò dire senza interrompermi, guardò le mie lagrime senza commuoversi; quando io tacqui, sorrise. Io non indovinai la terribile espressione di quel sorriso, e i miei occhi continuavano ad implorare ed a piangere. Il cavaliere sorrideva sempre; mi porse le mani e mi sollevò da terra; poi tentò di farmi sedere sulle sue ginocchia. Istupidita dal dolore io mi arrendevo come un automa; ma a quest'ultimo atto resistei con violenza. Inasprito dal rifiuto egli mi afferrò per le braccia, mi strinse ruvidamente e s'adoperò a costringermivi colla forza. La vergogna, l'umiliazione che io sentii a quell'atto brutale, l'orgoglio ferito, e più che tutto un gagliardo sentimento di virtù, mi consentirono un vigore straordinario. Con uno sforzo riuscii a liberare una mano; egli tentò di riafferrarla e intanto riteneva l'altra con tutte le sue forze. Vi fu un istante di lotta, inutile e terribile lotta; la mia energia stava per abbandonarmi; io vedevo la sua faccia presso alla mia, sentivo il suo respiro alitare sulla mia bocca, il suo sguardo minaccioso ricercare il mio sguardo... Ansante, sfinita, disperata, mi drizzai di tutta la persona in faccia al cavaliere, levai il braccio, e lasciandolo ricadere con impeto cieco, lo percossi più volte sulle guancie.

La sorpresa lo rese mutolo ed inerte; le sue mani si allentarono ed io sfuggii senza fatica. L'istinto mi trasse inconscia e delirante dinanzi ad una finestra; volli aprirla e gridare; ma una mano poderosa pesò improvvisamente sul mio omero, e uno sguardo feroce brillò di collera selvaggia vicino al mio volto. Gettai un grido e caddi. Il cavaliere mi sollevò nelle sue braccia, aprì una porta, ne aprì un'altra, poi un'altra ancora; poi non vidi più nulla.

Quando rinvenni io era coricata sopra un divano; il cavaliere mi sorreggeva il capo e mi bagnava la fronte con aceto. Tutti gli oggetti che mi circondavano prendevano uno strano aspetto ai miei occhi; quella specie di ritorno alla vita abbelliva le prime sensazioni che me ne davano la coscienza, perfino il volto del cavaliere mi parve compassionevole o dolce.

Quell'illusione fu breve.