Il grido che partì dal mio petto fu un grido di gioia; senza pensiero, senza timori, tranne quello del nuovo pericolo che io aveva corso, mi lanciai incontro a lui a braccia aperte, mi gettai nel suo seno, e nascondendo la faccia, gli gridai con voce soffocata:

— Salvami, salvami, in nome del nostro amore!

Mio marito mi allontanò con un braccio, mi guardò negli occhi, vide le mie lagrime, guardò il cavaliere che teneva il capo ostinatamente abbassato al suolo, indi con un gesto di raccapriccio che non so rammentare senza sentire spezzarmisi il cuore, mi respinse da sè inorridito.

Quell'abbandono, quel rifiuto, illuminarono la mia mente come un baleno. Compresi per la prima volta che vi ha qualche cosa assai più crudele del rimorso, ed è il disprezzo di colui che ci ha amato.

Caddi al suolo sbigottita e tremante, colle mani giunte in atto di preghiera.

Accasciala sulle ginocchia io vidi Antonio accostarsi al cavaliere con passo lento e sicuro; sollevai lo sguardo pauroso e tesi l'orecchio per ascoltare. Salvani fece atto di trarre un biglietto di visita da un portafogli; mio marito lo rifiutò e disse con accento calmo:

— Il mio nome è il nome d'un uomo onesto... Poi additò l'uscio al cavaliere, che uscì senza dir motto.

Rimanemmo soli. Egli immobile innanzi a me, io colle pupille smarrite, ricercando uno sguardo di pietà. Vidi brillare una lagrima, mi trascinai carponi, implorai con un gesto il suo perdono; fu vano; egli così buono verso di me fu vinto dal dolore e dalla vergogna. Per la prima volta io fui respinta dalle sue braccia.»

LXXII.

«I giorni si succedettero uguali, angosciosi, tetramente monotoni. La mia coscienza si era ripiegata inorridita all'aspetto dell'immensa sciagura che il mio fallo aveva provocato. La solitudine, il silenzio, il rimorso si assieparono come una nube sul mio intelletto.