Il mio silenzio non mutò i suoi modi; si sollevò un momento, appoggiando le mani al divano e portando innanzi il corpo, mi guardò fisso, e si lasciò ricadere con abbandono.
— Il vostro ganzo? interrogò pronunziando quest'ingiuria atroce con lentezza, quasi a farmela parere più amara e più lunga.
La vergogna mi trasse fuor di me.
— Uscite, gridai con impeto, avventandomi sopra di lui come una tigre, uscite!
— Vi pare? ribattè con ironia; egli è uscito al mio arrivo, io uscirò all'arrivo di lui, di vostro marito.
— Uscite, gridai, fatta cieca dalla collera, uscite, o vi farò cacciare dai miei servi.
— Provatevi, disse egli calmo.
Feci atto di accostarmi al campanello; ma egli mi prevenne. D'un balzo fu in piedi, mi arrestò per un braccio, mi respinse, e afferrato il cordone del campanello diede una strappata vigorosa.
A quell'atto improvviso, inaspettato, terribile per la forza di volontà e di audacia che mi rivelava, rimasi come colpita dalla folgore. Tutte le mie forze, tutto il mio coraggio, mi vennero meno. Sentii di non poter lottare con quella natura troppo più grande nella forza e nella perversità della mia; sentii che la mia individualità era domata, che la morte sola avrebbe potuto sottrarmi all'imperio fatale di quell'uomo.
L'ignoranza delle sue intenzioni, la paura dello scandalo mi trascinarono ai suoi piedi supplichevole. Lo scongiurai mi risparmiasse la vergogna in faccia ai miei servi... Egli mi guardò, si drizzò orgogliosamente come a farmi sentire il peso del suo potere, e non fece atto per rialzarmi... Intanto alcuni passi si accostarono frettolosi all'uscio; ebbi appena il tempo di sollevarmi e di volgere il capo per nascondere il volto bagnato di lagrime, che la porta s'aprì con una spinta così vigorosa che i battenti percossero con impeto contro le pareti. A quel rumore mi rivolsi e vidi sulla soglia, immobile, pallido, severo come uno spettro, mio marito!