— È inutile; voi m'intendete.
L'accento tranquillo e risoluto con cui Antonio parlava, allo stesso tempo che mi faceva fremere al pensiero delle conseguenze di quella determinazione temuta, mi destava nell'anima un sentimento di compiacenza e d'orgoglio che m'innalzava ai miei occhi. Oh! perchè non avevo io saputo serbare la stima d'un uomo che stimavo tanto io medesima?
Vi furono alcuni istanti di silenzio; posi l'occhio alla toppa, ed osservai. Mio marito e il cavaliere erano in piedi, l'uno in faccia all'altro, l'uno e l'altro pallidissimi. Il silenzio era così profondo, che se avesse durato ancora un istante la mia respirazione affannosa avrebbe tradito la mia presenza.
— Era dunque un sotterfugio? disse Salvani con accento di dileggio dispettoso.
— Chiamatelo così, se vi piace. Convenite però che era necessario, e che è riuscito. Se vi avessi scritto io, è probabile che voi non sareste venuto.
— La mia casa è sempre aperta.
— È la risposta che ho immaginato, e che mi ha eccitato a farvi scrivere. Le cose che io devo dirvi esperimenteranno la vostra condiscendenza e forse anche il vostro coraggio. Ora poichè io non conosco il vostro coraggio, aveva ragione di temere della vostra condiscendenza. In casa mia....
— In casa vostra?
— In casa mia è tutt'altro.
Antonio pronunziò queste parole con lentezza, rispondendo colla calma all'accento di collera che fremeva sulle labbra di Salvani.