— È una minaccia? domandò il cavaliere con sarcasmo.
— No, è un consiglio. Siate ragionevole. Non è la prima volta che voi venite in casa mia; vi siete venuto senza che io vi abbia chiamato, non vi dolga ora di venirvi per aderire ad un mio invito. Qui voi siete a vostro agio più che io non sarei stato in casa vostra, venendovi per la prima volta e per un affare sgradevole. Le parti non erano pari. Se ho dovuto mancare di riguardi in questa circostanza, appagatevi delle mie scuse; tra gentiluomini devono bastare.
Il cavaliere non rispose.
— Accomodatevi dunque, soggiunse mio marito; sul tavolo vi sono dei sigari; ciancieremo come due buoni amici.
Udii il rumore di un seggiolone trascinato lentamente; poi da capo nuovo silenzio.
Col cuore trepidante riaccostai l'occhio alla serratura per seguire collo sguardo tutti i particolari di quella scena.
— Questo sigaro non ha aria, disse Antonio.
Gettò lo sigaro in mezzo della camera, ne prese un altro e l'accese alla fiamma del candelabro. Poi si lasciò cadere sul seggiolone con abbandono indolente.
Quella calma, o meglio quella simulazione di calma, mi atterrì. Io non aveva mai visto Antonio, il mio buon Antonio, sotto quell'aspetto; non aveva neppure immaginato che egli fosse capace di vestire così un'apparenza menzognera, e che vi potessero essere circostanze da spingerlo a tanto.
— Posso sapere?... prese a dire il cavaliere.