Mi levai impetuosamente, e senza dir parola mossi a passi concitati verso Chiasso. Un istinto più forte della mia volontà mi trascinava inconscia e sbigottita. Giovanni stentava a tenermi dietro.

Lo spettacolo che si presentò al mio sguardo, quando varcai la soglia dell'albergo, è così orribile che appena oso rammentarlo.

Mio marito, sorretto da uomini ignoti, saliva a stento le scale; alcune goccie di sangue segnavano sui primi gradini l'impronta del suo passaggio.

Sentii un dolore acuto come se qualche cosa si spezzasse nel mio seno; volli correre in aiuto, e rimasi mio malgrado immobile; non ebbi nè un grido, nè una lagrima.

Antonio udì i miei passi, e giunto sulla cima della scala, rivolse faticosamente il capo verso di me. Mi guardò con l'occhio velato, udii un gemito, e vidi il suo corpo pesare con maggior abbandono sulle braccia di coloro che lo sorreggevano.

— Egli muore! egli muore!

Mi lanciai su per le scale ed entrai nella camera d'Antonio un istante dopo che egli vi era entrato.

Lo avevano adagialo sopra un letto; un medico avea lacerato gli abiti e la camicia, ed esaminava una ferita sotto l'omero destro.

Caddi in ginocchio sulla soglia; il medico mi guardò compassionevole; io guardai lui implorando un conforto.

— È grave? domandò poco dopo mio marito.