Un misterioso istinto lo invitava al silenzio e alla meditazione.
Era l'ora del tramonto; il cielo si tingeva d'una tinta di porpora e d'oro; più lungi, fin dove giungeva l'occhio, un fascio di raggi infuocati si frangeva contro le vette dei monti; per l'immensa distesa di pianure, di colline e di valli, non un rumore, non un eco; una calma infinita circondava il campicello della morte.
Le cime delle piante dei cipressi, ombreggiate dalla luce infiacchita, sorgevano dietro il muricciolo di cinta, immobili, severe, a simiglianza di ombre che si affacciassero ad un misterioso convegno.
Silvio guardava le zolle, le croci nere curvate l'una verso dell'altra come se volessero unire le loro braccia in un estremo amplesso; le pareti coperte di lapidi, colle iscrizioni nere mezzo cancellate dal tempo... guardava il cielo che schierava in alto, come una immensa promessa, le prime stelle che si coloravano d'una pallida luce... guardava la mano candida ed affilata di Carlotta, che una intimità improvvisa aveva unito quasi senza avvedersene alla sua...
— Lo sentite? domandò Carlotta, uscendo d'un tratto dalla sua contemplazione.
— Chi?
Carlotta non rispose, parve seguire cogli occhi qualche cosa che le sfuggisse... poi lasciò ricadere il capo sul petto.
Poco dopo lo risollevò con un moto risoluto.
— Il resto del mio racconto, diss'ella, è facile ad immaginare. Gossau era il suo paese natale; vi feci trasportare il suo corpo; egli è ritornato alla sua prima origine. L'anima sua si è lanciata nell'infinito.
Tacque un'altra volta, levò gli occhi al cielo, e ve li tenne fissi gran tempo.