Intanto la notte scendeva colle sue ombre; una leggiera brezza incurvava i cipressi, gl'insetti, melanconici amici della notte, inneggiavano nelle siepi; le stelle si accendevano ad una ad una come piccoli fari collocati nell'ignoto, i focolari delle capanne sparse qua e colà sulle colline circostanti riflettevano la loro luce tremolante.

A poco a poco il viso di Carlotta si scolorì, si confuse; le croci nere si oscurarono affatto, le lapidi biancheggiavano a stento come attraverso una fitta nebbia.

— Voi lo vedete, disse Carlotta con voce commossa; egli mi chiama, egli mi aspetta.

Silvio non rispose.

— Lasciate che io parta; non vogliate contrastarmi questo breve sentiero che mi rimane e che mi riconduce al mio amore.

— Al mio amore! ripetè Silvio come se parlasse a sè medesimo.

— Alla tomba, aggiunse Carlotta sommessamente. Scendete nel vostro cuore: dite voi stesso se io posso esser vostra o d'altri giammai.

Silvio tacque, accostò la mano di Carlotta alle labbra, e si levò in piedi.

— Rimanete, disse con voce spenta, io parto.

— Grazie, mormorò Carlotta, voi non sapete l'importanza di questo beneficio.