Dissi in quel tempo che soltanto ad un interiore comando avevo ubbidito lasciando la casa dov'ero moglie e madre. Come si va ad un martirio. Ed era vero. Dissi che nessuno m'incitava all'atto terribile, e che non per amore d'un altr'uomo m'esponevo così a perdere per sempre la mia creatura: anche ciò era vero.

Ma una cosa fu taciuta, allora e più tardi nel mio libro.

Non era per amore d'un altr'uomo ch'io mi liberavo: ma io amavo un altr'uomo.

L'avevo scelto di lontano, in quell'ultimo mio anno della vita laggiù, a testimonio di ciò che stava sorgendo in me, lucida brama di un'esistenza libera e sincera, fremente senso di infinite possibilità per il mio spirito e per il mio sangue, e strazio e strazio e strazio per ciò che non avevo il coraggio di spezzare. Scelto di lontano, per lettera, ricordandolo appena quale l'avevo intraveduto in due o tre incontri, col sorriso costante dei timidi, una grazia un poco feminea nell'alta figura, e chiari occhi. Poeta, nostalgico di sensi e di ritmi. M'aveva detto la sua malinconia randagia, l'oscillazione fra il mondo della sua cultura e quello del suo sentimento, e il già stanco ripiegarsi dei suoi sogni di gloria. Sapevo d'esser rimasta per lui un'imagine di gentilezza, un volto di sorella grave soave nell'indeterminata rimembranza, e avevo vagamente l'idea che attorno alla mia fronte egli vedesse una corona degli stellanti ed argentati fiori della sua alpe. Qualcosa di mia madre si commoveva in me pensandolo, di mia madre romantica e mite nella sua bellezza bianca al tempo della giovinezza. Ma una sera mi sorpresi ad evocarlo con un'intensità maggiore: anelante, dalla mia fosca solitudine, vidi lui esule in riva ad un mare infiammato, esule e solo pur egli, e da lungi, gli occhi abbacinati, gli tesi le braccia. Ah, non era mia madre quella sera che parlava nella mia gola! Gli gridai che lo volevo, che lo volevo mio, che lo volevo amare, lo investii con tutto il multanime mio desiderio, violenta gridai con lo sguardo abbagliato, ebbra di me, di quella mia voce che alfine uno avrebbe udita distesa e fonda. Mi ascoltasse, mi guardasse! Mi toglievo dalla fronte le stelle delle sue nevi, lo raggiungevo correndo scalza sul rosso lido, in quell'ora del tramonto, e così volevo mi amasse, nella realtà mia rimasta fino a quella sera a me stessa celata, così volevo ch'egli mi prendesse....

E da lungi era venuta la sua risposta, un sospiro accorato, uno smarrito stupore per quei mai prima intesi accenti vivi. «Parla ancora, parla ancora....» ed era come se arrovesciasse il bel viso pallido, socchiusi gli occhi, spossato come dopo un di quei baci che sembra debbano rombare eterni nelle vene.

C'è un ramo di mandorlo in fiore sul mio tavolino: e il suo profumo di miele, la più inesprimibile dolcezza che i miei sensi attraverso le primavere abbiano attinta, e la sua grazia miracolosa dànno forse in questo momento alla mia memoria luci che nella realtà di quel tempo io non percepivo.

Mi vedo, qual'ero, penetrata di sole, e dimentico che non lo sapevo....

Dopo quel primo grido io avevo fatto di quel giovine lontano e quasi ignoto il mio amante. Un amante qual era necessario in quell'ora al mio spirito. Sentivo bene ch'egli in realtà era rimasto soltanto sorpreso, poi che non mi moveva incontro neppur dopo l'appello, intuivo confusamente ch'egli viveva e piangeva per un'altra donna, per una che da poco l'aveva lasciato. Eppure, nello stesso modo ch'egli non si sottraeva alla seduzione della mia voce, e assisteva a quella creazione di me stessa quasi fantasmagorica nella travolgente sua spontaneità, io continuavo a parlargli come s'egli fosse mio, come a quegli cui il destino mi donava....

Amore, speranza di miracolo! Potenza in te dormiente, perpetua attesa del suo risveglio!