Un secondo destino.
Strada in salita percorsa infinite volte quella primavera, bianca nel sole, senza una voce sotto le stelle, ed io camminavo sola, scendevo alla città, risalivo alla casa presso alla pineta, e con me stessa parlavo per tutta la lunga ora.
Io sola a rispondermi.
Sola con qualcosa di saldo e di erto, ch'io però non sapevo, che restava senza figurazione, senza alcun pensato rapporto con l'immensità e la maestà intorno. Andavo. Ardendo di certezza, ardendo di volontà. Talora sul volto infocato sentivo scorrere lagrime: ma non rallentavo il passo. Talora la proda verde pareva invitarmi perchè mi gettassi bocconi singhiozzando: e non cedevo.
Primavera remota e santa. La rivivo a tratti nel mio cuore con uno stupore sempre più profondo, ma non posso prender per mano la giovane assorta ch'io ero allora, e mostrarla nel suo miracolo.
Qual'era la mia nuova vera sorte? Che cosa aspettavo dalla mia resistenza?
Ma non questo mi chiedevo. M'ero sottratta ad un'esistenza vile, m'ero liberata sanguinante, dopo un combattimento durato per anni dentro di me. Per me, sì. Per portar salva nel tempo la mia coscienza, sì. Ma già mi pareva di andar nel mondo come un'innominata: una donna, fra tante donne: una persona umana nel gran flutto dell'umanità. Avevo voluto esser io, non per distinguermi ma per sentirmi degna di confondermi nel tutto: non per credere in me ma per poter credere nella vita.
E quel ch'io ora voglio qui scrivere si divincola torvamente, tenta sfuggirmi....
Anima, sii forte. Ci sono cime di ghiaccio lucenti nel sole che i miei occhi potranno rivedere quando ti sarai purificata.