«Rina, — mi scrive Felice — ho paura.»

«Difenditi» io gli rispondo, e il sole per intendermi mentre attraverso le grandi piazze, e le fontane e le case e i passanti mi formano intorno alone — «abbi l'orgoglio d'amarmi meglio d'ogni altro....». Ridico a me stessa le parole che gli mando, come per cercarne il senso più vero.


Spazi d'oro.


E un giorno colgo un accento singolare nella voce d'un amico, d'uno dei pochi che han rispettato, senza giudicare, ciò ch'io ho fatto. M'è accanto per via, mi guarda mormorando: «Una donna. Una donna libera». Piccolo di statura, ha nella persona qualcosa di una pianta che stia svincolandosi da una roccia. Prosegue a parlare, c'è come una timorosa speranza in questa sua voce: «Chi sa, le nostre strade in quali modi si svolgeranno». Ripete: «Strano, strano». Come può trascolorar rapido un viso, come nessun fantastico paese sotto i cieli o sotto i mari! E che cos'è questa inattesa in me necessità di coraggio? Coraggio per l'imminenza della sorte, per ciò che non sai, Rina, ma ch'è decretato? E costui, che così poco ti conosce, afferma che sei libera.

Perchè Felice non è qui? Ora che finalmente mi ama! Perchè non mi possiede maggiormente? Legge egli, che trema, nella propria anima? Che cosa vi vede, di là d'ogni angoscia?

Lo chiamo, lo scrollo: «Dimmi una volta tu la parola sicura, la sentenza serena. Lo puoi, per questo te lo chiedo. La bilancia deve pareggiarsi, tu devi restituirmi in un sol tratto la sostanza di volontà e di fermezza ch'io ti ho dato a poco a poco....».