Febbre e follia di verità, o mio cuore puro, mio cuore d'aurora!
Poter cantare la creatura tutta viva, tutta chiara ch'io era!
Non son più quella, da tanti anni. Ma quella che ero splendeva come un'immortale. Poter cantarla, bellezza che forse in estremo mi rilampeggia dinanzi. Sono un'altra, superba di quella che vorrei cantare come se non avessi mai portato il suo nome. Gli anni m'han fatta diversamente luminosa, d'una diversa gloria. Voi che m'incontrate ora e vi meravigliate di trovarmi tuttavia così fervente e così innocente, amici che vorreste difendermi come una bimba dal cerchio d'assoluto entro cui brucio pur sempre, uomini e donne che quasi v'indignate per la mia perpetua credulità di barbara, v'indignate e poi con pensosa tenerezza m'abbracciate, non sapete, non sapete il tempo in cui questo mio destino di ardore e di candore si disegnò. Com'io sentissi e parlassi serena e delirante insieme, sensi e parole discesi da sfere ignote, tutta un presagio, e senza stupirmi e senza mirarmi, respirando come freschi venti di mare idee ferme, idee inesorabili, d'esse sole credendo materiata la vita. La mia fede d'allora! E nulla mi costava sforzo. Ero un'esistenza, non ancora una resistenza. Non so dire, non so dire. A certi momenti della storia, a certe apparizioni di vergini madri, quando la sapienza di millenni si trasmuta entro un umile presepio, l'andatura lo sguardo l'accento del mondo si fan gravi e soavi. Ero tutta nuova, tutta pronta. Imaginando mia vicina la morte: chiara come me: imaginazione che da allora non mi ha mai più lasciata: sempre di poi ho vissuto, sana in tutte le fibre, pensando non avere che poche altre stagioni dinanzi: senza terrore. Fiorire, ma in vista della morte. Bella come ogni cosa che fiorisce in vista della morte. Avida di riconoscere, in ogni minuto che mi resti, una legge d'ascesa, un ritmo, e del calore. Vedrò mai più mio figlio? Ma che in un'alta anima virile, prima ch'io muoia, l'imagine mia s'imprima, nell'anima di un uomo ch'egli più tardi possa ascoltare come un messaggero di verità. La vita è grande. Le possibilità di farla sempre più grande sono infinite. Siamo nati per vincere, per affermare, per l'eroismo, per il martirio, per l'intimo accordo con il mistero. Crudele, ma gloriosa offerta: chi la respinge abdica alla propria profonda realtà. «Dobbiamo divenire quello che siamo.» Questa parola è in me senza ch'io sappia ch'è già stata pronunziata. Di là dalle apparenze, dove giungono le nostre capacità di ricerca e di battaglia? A quale forma generosa ci confronteremo un giorno, che la bianca nebbia nasconde all'orizzonte? Tentarla, indovinarla, creare qualcosa che ne sia degno. Temerariamente. A questo serve la libertà. Si rende libero ad ogni prezzo soltanto chi ha questa febbre, questa follia. Per una libertà più vera, per muovere incontro al mondo trasfigurato....
O mio cuore d'aurora!
Affanno sconosciuto, fra voci d'acque e d'uccelli e di bimbi, un giorno a Tivoli, tra il fogliame di perla forato su la pianura e sul lontano lampeggìo di Roma, affanno muto, e stupore frattanto per tutti i sensi, e nel volto dell'uomo che m'è accanto, ombrato di fini rughe, un sorriso ansioso per ciò ch'egli vede negli occhi miei, sgomento e tenerezza indicibili, di cui egli crede e non può penetrare l'essenza, sorrisi e sguardi seguiti come musiche, poi repentino il silenzio, e due mani che si tendono, un lungo momento si stringono.