Lontano il giovine che ho tanto amato soffre. L'amo ancora, l'amo ancora. Il suo amore è quasi un mio figliolo, un fiore nato dal mio desiderio di vita e di verità. Ma perchè non ne ho mai parlato a quest'altro uomo col quale pur da mesi m'accompagno come una piccola sorella, come una trepida incitatrice alla felicità? Sospetta costui ciò che realmente io sono? Ho taciuto per timidezza, ho taciuto per pudore, per un istinto di segreto. Ah, Felice! Il nostro amore mette attorno a me una magnetica persuasione, a nessun vivente mai ne ho detto sillaba, basta si senta nella mia dolcezza come si sente nel miele il fiore e nel fiore il sole. Andrea se n'è lasciato avvolgere, ignaro, senza nulla formulare neppure a sè stesso.... Andrea, ch'è nostro maggiore. L'ho creduto sereno. La sua poesia è d'una sensibilità sotterranea, cupa per avvilienti ricordi, scetticamente bramosa di fantasie lucide. Gli guardo la persona e il viso che dicono il tormento di generazioni curve su zolle in paesi di nebbia. Le donne che l'hanno lusingato, belle rose bionde, non gli han dato nessuna realtà di gioia. Non saprò mai perchè una notte io l'abbia sognato, steso a terra piangente, supplicandomi d'amarlo. Pianto insostenibile! Mi sono svegliata chiamando Felice, Felice dagli occhi di genziana e dai capelli di fiamma, Felice che ha i miei anni e l'alta gentile figura che vorrei veder una volta profilata nel cielo su una delle nostre balze. Ho dunque anche nel sonno la volontà armata per disputare all'avversità le mie conquiste? Ti voglio salvo. Felice, amo te, voglio esser cosa tua, darti tutto ciò che posseggo, farti salire più in alto di tutti, tu, tu. Così poche ore abbiamo avute. E tutte le ha esaltate la mia lunga passione. Perchè dovremmo affondare? Ah, ch'io dica finalmente ogni cosa a quell'uomo, ch'io gli mandi la lettera disperata che mi scrivevi ieri come sotto la minaccia d'una sciagura, mentre io vivevo l'ora ambigua e magica fra gli ulivi a Tivoli.... Bisogna, bisogna che Andrea sappia ch'io appartengo ad un altro. Se son colpevole per aver troppo tardato a parlare, mi perdoni. Mi perdoni se gli ho fatto qualche male, se qualche larva cara alla sua fantasia sparisce stasera; siamo in tre a soffrire stasera per una stessa inesplicabile violenza....


Nella casa presso la pineta, nella grande stanza a ponente, sul letto dove ha soffocato tanti gridi per il suo dolore di madre, una donna si abbatte un pomeriggio con un singhiozzo di felicità, tremendo.

Ha risposto Andrea:

«Ho il petto gonfio d'un orgoglio immenso: non mi son mai sentito amare così da una persona, contro tutta sè stessa».

Orgoglio, strazio, rassegnazione, attesa.

«E anch'io vi amo. Ma non moverò un dito per conquistarvi. Voi verrete».

Poi, sommesso, ansante:

«No, no, sia come voi deciderete. Voi non potete sbagliare. È la prima volta che mi trovo dinanzi a una donna che è forse più grande di me, e non ne ho umiliazione, ma un senso di dolcezza infinita. Non vi chiedo nulla, forse non desidero nulla. Vi guardo agire. Ciò che farete sarà bello, anche se non risponderà alla vostra vera legge. E sopratutto lavorate, e non parlate di morte.... Stanotte, bocconi sul pavimento, l'ho anch'io invocata, io che l'ho vista tante volte insidiarmi. Ma ora vi prometto che sarò forte. Finchè brillerà alla mia memoria quell'attimo vissuto a Villa d'Este, sarò pago....».

Felicità, cosa divina: come una divinità cosa dura e severa!