Estate, stagione colma, e il mio volto di rosa in preghiera, preghiera di grazie.
Panieri di pesche, fragranze e colori, brusio di piccole faccende al mattino per le vie borghesi, stridìo di rondini la sera oltre i rami della piazza. Nella sua stanza fra le sue braccia, quando giungevo egli mi chiamava Letizia, mi chiamava Chiara, mi chiamava Vittoria. Da singulti sentii scosso il suo povero torso, il pallido, magro, quasi di crocifisso, petto, dopo che vi ebbe premuto il mio di Eva, un meriggio che mi parve allo spirito ricominciar davvero la storia umana, nella calda ombria del letticciuolo, ricominciar con la nostra redenta coppia. Un figlio, un figlio! Alla vita che è buona, alla vita che è grande. Il patito volto dell'uomo, quei suoi lineamenti senza grazia, terrei, si trasfiguravano, la donna con il suo amore li penetrava d'euritmia, tutte le trasparenze del mare, tutte le radiosità dell'etere adunate squillavano nell'abbraccio. Un figlio. Con sensi trascendenti, con labbra e con mani per baci e carezze musicali ad attimi animati, a creature sorte dal respiro del cuore, a visioni ebbre di fede....
Chiara, Letizia, Vittoria. Ed un giorno, sul rovescio d'un dei foglietti dov'io nella notturna pace della pineta gli susurravo delle mie estasi, egli scrisse: «Sibilla». Nome di mistero, che doveva restarmi, nome del mio destino fiero ed altero, nome che non ho mai amato ma che ho portato come un dono periglioso, Sibilla, fiorito inconsapevole di sua durata quando un solo ancora m'ascoltava.
«Tu sei più un'ammiratrice che un'amante della vita» doveva dirmi molt'anni di poi un giovine definitore, ed io stupita assentire.
Ma in quell'estate d'oro uno solo ancora m'ascoltava, uno solo ancora credeva di conoscermi.
In tutto il mondo egli soltanto per qualche tempo potè accostare il suo orecchio a sentirmi crescere.
Rondini stridevano in cielo, vette di eucalipti rosseggiavano, fontane nel vento dilatate c'investivano. Terrazze di caffè, sotterranee trattorie, polvere degli sterrati oltre mura, ciuffi di castagni sulle cime albane in vista dei minuscoli laghi, glauchi occhi, e dell'incandescente filo di mare all'orizzonte.... Ero vestita di mussola bianca ed egli mi ripeteva: «sorridi». Tutti i temi di quello che fu il nostro canto s'accennarono. Mi mise in mano volumi e ancora volumi. Analogie singolari mi richiamavano l'infanzia, l'educazione paterna. Per esse forse con brivido tanto lucido descrivevo la bimba ch'ero stata? Ad una selvaggia venivo paragonata, una selvaggia che adoperasse con sicuro istinto i più delicati strumenti della civiltà. Già al principio della nostra amicizia egli m'aveva riconosciuto uno stile, di slancio e di dominio insieme. Ora chiedeva: «Che influenza avrà su te la mia vicinanza? Non vorrei nè turbarti nè mutarti». E con uno di quei moti contradittorî che non sapevo ancora tanto infrenabili in qualsisia cervello virile, immediatamente soggiungeva: «Ma il tuo libro avrà il mio suggello». Maschio amalgama, maschia tempra, scorza cavernosa, e il mio fluido spirito a permearla in quell'estate dorata come nella mia puerizia, o similmente alle nuvole che veleggiano sui dorsi dei monti assumerne le forme via via ad istanti, proiezione in cielo delle dure cime. «Tu non guardi gli aspetti del mondo, hai gli occhi rivolti sempre al di dentro....» Rose, in verità io vi aveva viste sin allora soltanto come parvenze che non fosse necessario fissare, nominare, distinguere, rose, eravate inserte nella luce della vita come le gradinate di pietra, come le correnti vetture di metallo di legno di vetro, come i balenanti denti di bocche giovanili, rose, biondi pallori d'aurora, ondulamenti d'acque, seni di statue, remoti folti di astri.... Vi eran state notti in cui mio padre m'additava talune costellazioni, ed io amavo smarrirle in quel lassù forse tumultuoso del quale sapevo non mi sarebbe mai giunta l'eco. C'è bisogno di guardare ciò che splende? La mia attenzione andava unicamente, sì, alle cose invisibili: andava agli inafferrabili accordi della mente, ai loro riflessi sulle fisionomie umane, brividi di polsi, pause dense intense.... Non il creato mi stupiva, ma l'uomo, il portatore nel creato d'una nascosta fiamma. Con prona passione spiavo nella sua coscienza la volontà dell'universo, il secreto ordine dinamico. Spiavo, sorprendevo. Oh solitudine! L'uomo mi s'erge dinanzi come se veramente io facessi parte dell'inconsapevole: come fossi fiore, nido, stella: e di tutto il suo interno travaglio, dell'assalto ch'egli mena temerario alle ragioni e alle forme, d'ogni concetto e d'ogni architettura neppur in minima guisa io son complice: donna, sotto la specie dell'eterno, immota, contemplante lontana.
«Sorridi»!
Con il sapore del mio bacio ingenuo e del mio sorriso io gli trasmettevo fede. Trepida attendevo un dono più grande del mio.
«Mia creatura» mi diceva, e pur talora si dissolveva come un bimbo fra le braccia della madre al buio, oh quanto umano, col terrore e il rancore del bimbo scampato all'incubo.... Povero, povero caro! A mia volta lo chiamavo per nome, in spasimoso impeto aderendo a quella sua realtà bisognosa. Fiori passavano dal mio sangue al suo, tutte le cose festevoli che la sua infanzia non aveva avuto, la baldanza candida della sanità e della ricchezza, quasi il bel color sulle guance. Si persuadeva, vedeva giardini dov'eran state paludi, e la figura di sua madre fra le aiuole smaltate m'assomigliava, le labbra aperte al canto.