Come s'io non dovessi mai più ritrovarmi nuova sotto la carezza dell'aria.
È l'ora nostra, o mio fedele, ferma come le acque là tra i giunchi dove le stelle riposano.
LE ALI.
Prendo la mia forza, e prendo la mia pena e la mia ansia.
Chi mi ha fatta così forte?
Per tanto tempo ho creduto fosse un miracolo: sapevo d'avere in me elementi in guerra, la soavità di mia madre e la violenza di mio padre, la timorosa melanconia dell'una e la ribelle baldanza dell'altro, il desiderio di cantare a voce sommessa per me sola e quello d'agire in mezzo al mondo, istinto di dedizione e istinto di conquista in opposizione perpetua: in tutto ciò non vedevo che cespite di debolezza. I miei genitori errarono unendosi, mi dicevo: è nella diversità delle loro tempre la causa del male che porto dentro me senza riparo. E se nonostante il male c'è in me anche tanto incredibile valore, mi dicevo, si tratta d'un prodigio ch'è vano sondare.
Ma, or non è molto, una notte ch'io vegliavo dopo non so quante altre, in una stanza dove saliva il ritmo ferrigno d'un fiume in piena, e nella veglia, giacendo immobile, guardavo fissa al fantasma d'un lungo supplizio da cui mi strappavo allora con un più grande impulso di vita, d'improvviso un pensiero, ch'era insieme una certezza, mi sfolgorò dinanzi nel buio. Pensiero od immaginazione non so. Io non so se i nomi di cui mi servo per tutte le cose di cui parlo sono i veri. Sono stati creati da altri, tutti i nomi, per sempre. Ma quel che importa non è nominare, è mostrare le cose. Quella notte, mentre io ascoltavo la voce del fiume gorgogliar aspra sotto gli archi del ponte e guardavo nel mio petto un dolore già indurito, già pronto a divenir pietra, mi trovai a pensare come in sogno a ciò che aveva unito mia madre e mio padre, al loro amore. Pensai le loro due giovinezze. Io ero stata concepita in un'estasi e in un delirio da quelle due creature allora nuove, belle, vittoriose d'ogni tristezza per me in quel mio primo attimo. Bacio da cui son nata, eri un canto ch'esprimevano per me due innamorati, eri canto pieno, ed io t'ho portato nelle vene, eco che nulla mai ha potuto estinguere. Io la primogenita, frutto di gioia, fusione di due fiamme. Si amavano perchè non si somigliavano, perchè tutto dell'uno meravigliava l'altro. E le loro esistenze si gettavano incontro per me, per formare una creatura unica, che vivesse la vita intera, la vita così diversa in lor due, l'accettasse e l'amasse nella sua totalità. Essi non lo sapevano. Se lo avessero saputo, forse, dopo avermi veduto nascere si sarebbero staccati, forse non avrebbero voluto creare insieme altri figli con diminuito impeto, per un destino meno gagliardo. In me sola s'è trasmesso veramente ciò che li congiunse. Forza d'amore che perennemente solve in me ogni malore. Per quante volte nelle notti offersi il mio cuore ad una scure tralucente e l'ascoltai rintoccare cupo nel gran vuoto, sempre, poi che ancora non era l'ora della morte, potei rialzarmi e tendermi all'alba verso il cielo bianco, tendere le braccia alla giornata nuova. E se quei due, ora così lontani, null'altro m'avessero dato, questo basterebbe, questa volontà chiara di essere.
La lampada della vita — le mie mani l'hanno afferrata.
Creatura mattutina, agito dolce l'aria quando il giorno sorge limpido e sulla fronte benedice e rapisce, veramente fatto di cielo.