Mattini di primavera in cui adolescente scopersi che le rame degli ulivi eran d'argento e fremevano e fervevano nel sole. Mattini dell'ultimo settembre nell'isola di rupi e di rovi così aspra come bella. E altri par che mi aspettino, su rive che ancor non conosco o fors'anche dove già passai in sere grige. Ritorni perfetti di melodie, attimi d'identità luminosa. La terra ed io siamo una sola cosa intensa che solleva l'azzurro.

Ma un altro ritmo anche torna senza mai affievolirsi. Sopra una distesa enorme di mare in tempesta, sul fragore di bianche onde, bianche ali di gabbiani danzano. Sembra che danzino, in accordo con le cime fluttuanti, accompagnano con il volo e con lo svariar dei riflessi candidi la sommossa acqua e la spuma e le nuvole folte a l'orizzonte. Cercano la vita tra il furore, vivono così librandosi con fiera armonia nello spazio iroso. Quando le grandi acque ridiventano color turchese e soltanto più un brivido sottile le sfiora, i gabbiani dileguano.

Ansia, ala inquieta dell'anima mia!

«Signore, fammi diventare grande e brava» pregavo da bimba accanto alla mamma. Unico tempo in cui ho pregato, unica mia preghiera, ed era piuttosto una promessa, quasi un patto.

Ansia di tutto comprendere, di tutto rispettare e sormontare. Attenzione trepida ed instancabile, religiosa vigilanza della mia umanità. Come se io fossi, invece d'una persona, un'idea, un'idea da estrarre, da manifestare, da imporre, da portare in salvo. Respira in me occultamente una vita sacra?

Pur sono quella stessa che sorride nelle fresche aurore, simile ad una corolla sbocciata per quel dì soltanto.

Con mani amorose ho alzata la face trasmessami. Ho contemplato l'agitato mistero del mio spirito, e il lucido aspetto dell'universo, e tanti che ho pensato vivi come me, uomini e donne, ed il pulsar delle vene sulla loro fronte.

Uomini e donne sono sul mio cammino perch'io li ami.

Li amo, li sento vivere, la loro vita si aggiunge alla mia.

Che cosa io sarei senza questi incontri, senza le strade che ho percorso?